La decisione del governo Conte 1 di utilizzare i poteri speciali (golden power) sulla modifica della governance di Retelit “è viziata per essersi basata su di un parere dell’Agcom rilasciato da un soggetto privo della competenza ad adottarlo”. Lo ha stabilito pochi giorni fa il Tar Lazio, accogliendo due ricorsi dell’azienda che gestisce cavi in fibra ottica che collegano 9 grandi città italiane. Il parere in cui l’authority di garanzia attestava che Retelit poteva “essere considerata strategica nel settore delle comunicazioni” fu firmato dal solo segretario generale Agcom Riccardo Capecchi. Che secondo i giudici amministrativi non aveva il potere di adottare quell’atto, che richiede una delibera dell’intero consiglio.

Retelit aveva chiesto l’annullamento di tre decreti della presidenza del Consiglio: quello del 7 giugno 2018 con il quale furono esercitati i poteri speciali con l’imposizione di specifiche prescrizioni e condizioni, quello del 9 agosto 2018 sull’avvio del procedimento per l’irrogazione della sanzione e quello del 30 novembre 2018 con il quale fu inflitta la sanzione. Solo il ricorso contro il terzo decreto è stato dichiarato inammissibile. Capecchi, firmatario del parere di cui il governo ha tenuto conto per decidere, da poche settimane ha un incarico in qualità di “esperto per la gestione di progetti innovativi complessi” presso la struttura tecnica di missione per lo sviluppo strategico del ministero delle Infrastrutture.

La vicenda Retelit lo scorso anno ha suscitato polemiche perché è emerso che il 14 maggio 2018 – quando già si faceva il suo nome come papabile per la guida del nuovo governoGiuseppe Conte nelle vesti di avvocato aveva firmato un parere pro veritate per il finanziere Raffaele Mincione, che attraverso Fiber 4.0 si stava battendo per il controllo di Retelit. In quel parere si affermava che i concorrenti di Mincione avevano un obbligo di notifica a Palazzo Chigi dei cambiamenti nella governance deliberati dall’assemblea del 28 aprile, pena la possibilità per il governo di “opporsi all’acquisto”.

Il 31 maggio Conte giurò nelle mani di Mattarella e il 7 giugno il secondo consiglio dei ministri del suo governo decise per l’esercizio della golden power. Il premier non c’era, essendo in viaggio per il G7 in Canada, e sarebbe stato assente anche alla riunione del successivo 9 agosto, come comunicato per iscritto al segretario generale della Presidenza del Consiglio. Conte avrebbe ricordato le sue astensioni da tutte le decisioni sul caso in una informativa al Parlamento l’anno successivo, difendendosi dall’accusa delle opposizioni di essere stato in conflitto di interessi dopo che il Financial Times aveva ripreso la storia perché Mincione era finito sotto indagine in Vaticano. Nel gennaio 2019 l’Antitrust aveva esaminato la questione, concludendo di non dover avviare alcun procedimento per conflitto di interessi nei confronti di Conte.

Quest’anno a Mincione sono stati sequestrati conti correnti in Svizzera. E’accusato di peculato nell’inchiesta sul palazzo di Londra acquistato dal Vaticano utilizzando anche delle donazioni dell’Obolo di San Pietro, soldi che i fedeli donano al Papa per aiutare i poveri e provvedere alle necessità materiali della Chiesa.

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