di Luigi Solano* e Federico Conte**

Il 27 luglio scorso la Regione Campania ha approvato una legge che istituisce lo psicologo di base, destinato a lavorare in collaborazione con i medici di Medicina Generale e con i pediatri di libera scelta. Non si tratta di una mera affermazione di principio: è infatti prevista una copertura finanziaria, anche se per il momento piuttosto limitata, che permetterà di procedere in breve tempo a instaurare delle convenzioni. Cerchiamo quindi di capire le motivazioni di questa scelta.

Fin dalla pubblicazione del testo di Balint, Medico Paziente e Malattia (1957), è noto che almeno il 50% delle richieste che pervengono al Mmg (Medico di Medicina Generale), anche se espresse sotto forma di disturbi somatici, esprimono un disagio di tipo relazionale/esistenziale. Questo disagio, a differenza di quello che in genere giunge allo psicologo specialista, è spesso allo stato nascente.

Il medico, come è ovvio data la sua attuale formazione e cultura professionale, non è sempre in grado di offrire una risposta adeguata a tale tipo di problema. In assenza di questa, i sintomi possono persistere o peggiorare, con un incremento esponenziale delle richieste di intervento e quindi di spesa per il servizio sanitario. Nel tentativo di fornire risposte sul piano solo biologico, infatti, il medico tende a ricorrere all’effettuazione di indagini e alla somministrazione di farmaci di cui a volte è il primo a riconoscere la dubbia utilità.

Una formazione psicologica del medico appare oggi di difficile realizzazione, data la progressiva separazione tra le due discipline e l’enorme aumento di nozioni in entrambi gli ambiti. Appare quindi ineludibile una collaborazione disciplinare tra le due figure professionali. La forma più comune, l’invio del paziente da parte del medico ad uno psicologo specialista, risulta tuttavia problematica a causa della profonda diversità dei modelli culturali, non stemperata dalla consuetudine di lavorare materialmente insieme.

Inoltre il paziente che si è rivolto a un medico spesso non è pronto a compiere un “salto nel buio” verso una pratica ignota – ignota anzitutto al medico stesso – mentre il vissuto più profondo prevalente è quello di entrare a far parte di una categoria di sventurati, quelli “da psicologo”. Per questi motivi è apparso necessario definire una formula tale da permettere allo psicologo di:

1) lavorare in modo integrato con la Medicina Generale;

2) presentarsi all’utenza esattamente come la prima, ovvero come un servizio non per pochi sventurati affetti da strane patologie, ma per tutti i cittadini che abbiano un problema.

Una collocazione integrata con la Medicina Generale, inoltre, può permettere allo psicologo di intervenire in una fase del disagio iniziale e di offrire un ascolto che prenda in esame, oltre alla condizione biologica, anche la situazione relazionale, intrapsichica, di ciclo di vita del paziente.

Infine, questo tipo di intervento appare in grado di limitare la spesa per farmaci, analisi cliniche e visite specialistiche, nella misura in cui queste derivino da un tentativo di lettura di ogni tipo di disagio all’interno di un modello esclusivamente biologico. Diverse esperienze di questo tipo sono già state effettuate, all’estero (es. Paesi Bassi, Gran Bretagna) in forma più sistematica e retribuita, in Italia in forma più sporadica, spesso su base volontaria.

Tutte contemplano in genere la collocazione dello psicologo all’interno dello studio medico, in modo da presentarlo come parte di un’unica struttura di assistenza. Un’esperienza italiana che ha realizzato la massima forma di integrazione è stata promossa fin dal 2000 dalla Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute della Sapienza di Roma che, collocando degli specializzandi accanto al Mmg, ha predisposto visite con entrambi i professionisti e, per alcuni pazienti selezionati, la possibilità di brevi interventi più specifici in separata sede.

L’iniziativa è apparsa pienamente fattibile, quasi nessun paziente ha rifiutato l’incontro con lo psicologo. In questo modo, nel corso degli anni è stato possibile essere di aiuto a migliaia di persone che, in assenza del servizio, avrebbero avuto probabilità molto scarse di incontrarne uno.

*Docente presso la Scuola di Psicologia della Salute, Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica della Sapienza di Roma

**Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio

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