Addio Alan Parker. Il regista di The Commitments, Saranno Famosi, Fuga a mezzanotte ed Evita ci ha lasciati a 76 anni dopo una lunga malattia. Regista versatile, plastico, incline al musical e alla musica che innerva i film facendoli rifulgere di vitalità, capace di entrare in contatto diretto e profondo con il pubblico, ostinatamente partigiano nell’affrontare temi etici (Mississipi Burning, The Life of David Gale), Parker era un londinese doc e aveva iniziato la sua carriera come realizzatore di spot pubblicitari al pari di suoi coetanei registi inglesi come Ridley e Tony Scott, Adrian Lyne, Hugh Hudson.

Una gavetta importante, cruciale, anche dal punto di vista degli incontri che cambiano la vita. È sul set di una pubblicità del Cinzano per la Gran Bretagna, con Joan Collins e Leonard Rossiter (il capitano Quinn di Barry Lyndon), che Parker incontra i produttori Alan Marshall e David Puttnam, due icone della produzione britannica anni ’70-’80 che gli daranno fiducia nel 1976 per quello che lo stesso Parker definì “un’idea ridicola che non poteva funzionare”, ovvero Bugsy Malone che in italiano divenne Piccoli Gangster. Un musical spiritoso e fracassone, ispirato a Simpatiche Canaglie, interpretato da bambini vestiti da gangster con macchine d’epoca a pedali, mitragliette con pallettoni di schiuma da barba al posto dei proiettili e un finale da torte in faccia. Nel cast ci sono Scott Baio e Jody Foster e il film diventa nel tempo un giochino che piace al pubblico e alla critica. Parker fa subito centro con quel suo mix tra abilità comica, disinvoltura registica e musica che sprizza da ogni poro di celluloide.

Due anni dopo Marshall e Puttnam ridanno fiducia al regista londinese e approvano un progetto di film drammatico. Fuga di mezzanotte. Film crudo, realistico, violento, a tratti quasi sadico nei confronti del protagonista, un attore maledetto come Brad Davis, qui nei panni di Billy Hayes, uno studente americano in vacanza in Turchia che viene beccato dalla polizia turca alla frontiera e condannato al carcere a vita per contrabbando di hashish. La storia di Hayes, riportata da lui stesso in un libro autobiografico, ridotta a script da Oliver Stone, finì con una rocambolesca fuga dal carcere che Parker filma con una tensione e una umanità quasi disossata, screziata da una colonna sonora memorabile di Giorgio Moroder.

È il salto definitivo per Parker perché il film è un notevole successo a livello mondiale che lo proietta direttamente a Hollywood per la consacrazione di Saranno famosi (Fame), film del 1980 inusitatamente drammatico, seppur musical a tutti gli effetti, che con le luci e le ombre della sua Accademia d’arte di musica, dramma e danza newyorchese diventerà matrice e ispirazione di qualsivoglia format competitivo per selezionare giovani artisti in tv, nonché serie tv di successo planetario di metà anni ’80.

Il 1982 è l’anno di Pink Floyd – The Wall, un film strano, mai diventato vero e proprio cult, nonostante il legame forte con la storica band, Bob Geldof protagonista e una strana voglia di fondere film musicale con l’animazione e un testo metaforico estremamente politico. Il 1984 è l’anno di Birdy, un impattante, sognante e bistrattato dramma interpretato da Nicholas Cage e Matthew Modine su due reduci del Vietnam. Flop al botteghino, ma colonna sonora di Peter Gabriel che non si dimentica.

Nel 1984, sempre con il fido Marshall a fare da executive, Parker dirige forse il più sballato dei suoi titoli, quell’Angel Heart interpretato da Mickey Rourke e Robert De Niro, horror psicologico, noir sudaticcio e voluttuoso che spesso si incarta e porta a galla tutta la superficiale patina pubblicitaria, ovvero il mestiere di Parker che qui però non basta a sollevare il film da un insuccesso quasi annunciato, amato comunque da un cineasta come Christopher Nolan che lo elogerà come ispirazione per il suo Memento (2000).

Il 1988 è l’anno di Mississipi Burning, un classico della serate televisive italiane, dove si segue la storia dell’agente dell’Fbi conservatore (Gene Hackman) e del suo collega progressista (William Dafoe) intenti ad indagare la scomparsa di tre attivisti dei diritti civili in una contea del sud degli Stati Uniti nei primi anni sessanta ancora fortemente segregazionisti e razzisti. Parker colpisce al cuore e alla pancia forse con il suo film più politico e dimostra una capacità di gestire il registro del dramma e spingere sul pedale di un crudo, violento realismo.

Il 1991 è l’anno di quello che reputiamo il capolavoro pop di Parker: The Committments. Film tratto dallo spassoso libro di Roddy Doyle su un ragazzotto di Dublino che tra stracci, sussidi di disoccupazione e pinte di birra, mette insieme una band di giovani musicisti soul che portano in scena per qualche mese, con un successo di provincia ma sempre più robusto, i grandi classici del soul anni sessanta: da Wilson Pickett a Otis Redding, da Aretha Franklin ad Ann Peebles, da James Carr a Joe Tex. Un film che parla del sapore del successo e del senso effimero della fama, con un finale amarissimo che lascia i lucciconi agli occhi dopo due ore di musica suonata dal vivo, soprattutto in quelle che sono le prove più intense, veraci e travolgenti della musica sul grande schermo (rivedetevi la sequenza in cui si intona Mustang Sally e i tempi di Parker di stare ritmicamente sugli stacchi musicali).

Forse è anche per questa totale immersione nel binomio cinema-musica che Parker dirige Madonna in Evita, dove la popstar all’apice del successo musicale interpreta la first lady argentina anni cinquanta, affidandosi alla storica partitura da musical teatrale del 1976 dei grandi Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, volteggiando in scena come una consumata attrice. Film spettacolare, cupo e controverso. 55 milioni di dollari di budget e quasi il quadruplo ottenuto al box office, anche se il risultato finale per molti oscilla dalle parti del kitsch. Parker e la produzione vollero essere estremamente realistici anche in questo caso andando a girare in molti luoghi in cui visse la vera Evita Peron, suscitando oltretutto gli strali dell’ancora attivo partito peronista che videro nel film un tentativo di offuscare la memoria dell’ex icona politica e sociale dell’Argentina.

Dopo questo exploit Parker dice praticamente addio al cinema. Ci sono sì Le ceneri di Angela e infine nel 2003 The life of David Gale con un sibillino Kevin Spacey nella parte di un prof universitario, attivista contro la pena capitale ma condannato proprio a morte per omicidio. Ancora un film orientato nel proprio meccanismo di finzione e di svelamento attraverso punti di vista differenti sulla verità del racconto e sulla parte giusta a livello morale da tenere di fronte a milioni di spettatori.

Il regista Alan Parker dopo venticinque anni di carriera si ferma. Non dirigerà più nulla fino alla sua morte, dedicandosi invece alla pittura, anche se con una nostalgia più volte dichiarata per i set. Nel 1998 Parker divenne presidente del prestigioso British Film Institute e nel 2000 presidente dello UK Film Council, l’istituzione statale che redistribuiva i ricavi provenienti dalla lotteria nazionale per le opere prime e seconde ai giovani registi britannici. Nel 2010, quando il governo conservatore del primo ministro Cameron varò un pacchetto di tagli statali impressionante e abolì il Film Council, Parker si arrabbiò e non poco. Il regista londinese ha avuto due nomination agli Oscar come miglior regista (Fuga di Mezzanotte e Mississipi Burning) e due mogli. Riposerà in pace in quel di Londra, con qualche grande schermo acceso e due belle casse a pompare le note musicali dei suoi film.

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