Il 30 luglio è una data speciale per il mondo del cinema, perché non capita poi tanto spesso che in un solo giorno nascano tre autori capaci di lasciare un segno nella settima arte. Ed è ancora più curioso che a dividere tra loro questi grandi cineasti ci siano dieci anni spaccati. Gabriele Salvatores (1950), Richard Linklater (1960) e Christopher Nolan (1970) festeggiano oggi insieme. E allora abbiamo provato a cercare un filo rosso che unisse vite e carriere così grandi eppur così distanti, trovandolo… nel tempo. Se per Nolan e Linklater l’attrazione per questa dimensione è nota e manifesta, per Salvatores è invece un sentimento che scorre sotto traccia, in maniera più pacata, quasi modesta. Eppure è proprio da lui che comincia il nostro viaggio.

Per tenere lontano il mondo – Prendiamo i due film più celebri del regista napoletano: Marrakech Express (1989) e Mediterraneo (1991). Con il primo Salvatores ha dato la svolta a una carriera avviata a mezze note, con il secondo ha vinto un Oscar. Stiamo parlando di due pellicole iconiche, capaci di restituire lo sguardo di una generazione orfana di ideali prima urlati e poi traditi. Due opere scandite dal passo di un viaggio che si tramuta in fuga e in nostalgia. Chi non vorrebbe ogni tanto mollare tutto e chiedere al mondo una piccola tregua? Noi l’abbiamo sognato e in fondo continuiamo a sperarci, ma per i protagonisti di Mediterraneo questo break diventa realtà.

Ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, il film racconta di un manipolo di soldati italiani dispersi su un’isola dell’Egeo. Un atollo che diventa piano piano un ritaglio di tempo, un Eden dove gli anni scorrono ma sembrano giorni, una mollica di roccia al riparo da tutto. Dai pensieri, dal dolore, persino dalla guerra.

E lo stesso meccanismo è adottato in Marrakech Express, con quattro amici che si ritrovano dopo una vita per aiutarne un altro finito nei guai e che per farlo affrontano un viaggio in auto durante il quale tutto tra loro sembra tornare com’era. Qui il passato fiorisce come una tenera oasi e a ridestarsi sono gli anni più belli, quelli dell’università, quando il futuro sembrava una promessa e ci si voleva bene senza sapere che ci si sarebbe poi fatti del male. Già… perché, purtroppo, non ci si può prendere più che una pausa e alla fine ogni affanno ritorna a bussare. Ma forse lavorare sul tempo, in un caso sospeso e nell’altro ritrovato, per Salvatores serve proprio a questo: a tener lontano il mondo. Almeno per un po’.

Per vivere l’istante – Il cinema di Richard Linklater conosce due costanti: Ethan Hawke e il tempo. Due feticci che si rincorrono in almeno metà della sua filmografia e che, di fatto, finiscono per recitare insieme. Anche nei suoi manifesti. Con Before Sunrise (1995), Before Sunset (2004) e Before Midnight (2015) il regista texano vuole raccontare un amore e decide così di dare appuntamento al suo pubblico, ai suoi attori e ai suoi personaggi: troviamoci qui, una volta ogni dieci anni e sbirciamo un po’ cosa succede.

Le pellicole raccolgono quindi tre momenti distanti tra loro e di ciò che scorre in mezzo non vediamo nulla, sappiamo soltanto quanto ci viene raccontato. Ma poco importa. Appena ventenni al loro primo incontro sul set, Ethan Hawke (appunto) e Julie Delp hanno quarant’anni quando la trilogia si conclude al tavolo di un bar. E allora a riempire quei vuoti ci pensa la vita, che scava i loro sguardi come i nostri. Quella stessa vita che scorre poi anche in Boyhood (2014), che di Linklater è forse il capolavoro. Un film ambizioso e girato nell’arco di dodici anni, perché tanto era il tempo che il suo autore voleva raccontare. Una settimana di riprese all’anno, nelle stesse location e con lo stesso cast, inseguendo i passi di un bambino che attraversa l’adolescenza per diventare un giovane uomo. E, come per la trilogia, anche qui ciò che conta è l’attimo, quelle piccole istantanee di vita che ci ricordano che la nostra esistenza non è altro che questo: un momento trascurabile, ma a cui finiamo per aggrapparci.

Per non soffrire – Christopher Nolan ha sempre giocato col tempo e la sua ultima fatica, Tenet (2020), ne è solo l’ennesima conferma. Il fatto, però, è che per Nolan il gioco è una cosa seria e ci mette poco a farsi ossessione. Ed ecco perché questa dimensione ha finito per impregnare ogni sua singola pellicola.

Sin dal principio, con l’esordio dimenticato di Following (1998), il regista inglese ha di fatti affondato il bisturi nelle sue storie, sezionandole per poi ricomporle in strutture nuove, stordenti. Così ha fatto in Memento (2000), dove il protagonista vive un mondo che esiste appena per quindici minuti, così in Inception (2010), dove il tempo onirico diventa una spirale in cui ci si finisce per perdere. Di questa dimensione Nolan ha sedotto ogni interpretazione possibile. Da quelle quantistiche, adottate da Interstellar per affrontare la teoria dei buchi neri, a quelle emotive di Dunkirk (2017), dove in guerra un’ora vale un giorno e una settimana ancora. Un’indagine totale, una filmografia in cui Proust battibecca con Einstein. Un’analisi tanto cerebrale da non far sospettare che ad animarla sia il più semplice fra gli istinti: la paura. Aggrovigliando il tempo, infatti, è come se Nolan proteggesse i suoi personaggi dalla perdita di un figlio o di un amore o più semplicemente di un bell’istante. Giacché ciò che più temiamo dello scorrere degli anni non è il dolore che portano con sé, ma la felicità che ci vengono a strappare.

Twitter: @Ocram_Palomo

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