Un passato glorioso che amplifica il silenzio di un presente chiuso a triplice mandata nell’anonimato. Con i trofei a prendere polvere nelle bacheche mentre i propri stadi diventano terreno di conquista per gli avversari. Perché il Deportivo La Coruña non è l’unico club blasonato che si è ritrovato confinato alla periferia del calcio che conta. Dalla vittoria della Liga al terzo livello del calcio spagnolo. E tutto in 20 anni. Un declino lento e inesorabile, che ha riempito la faccia dei tifosi più di lacrime che di sorrisi. Ma il tempo non è stato poi così clemente con altre squadre che hanno alzato al cielo le coppe europee. Perché la picchiata di Nottingham Forest, Ipswich Town, Amburgo e Aston Villa è stata molto più veloce. E il loro crepuscolo non sembra ancora potersi trasformare in alba.

Nottingham Forest
Palmares: 1 campionato inglese, 2 Coppe d’Inghilterra, 1 Charity Shiled, 4 Coppe di Lega, 2 Coppe dei Campioni, 1 Supercoppa Uefa.
Attualmente: Settimo posto in Championship
Il telefono non suona da mesi. Eppure Brian Clough è lì ad aspettare. Attende dal 12 settembre del 1974, da quando il Leeds United, quello che doveva essere il suo Leeds United e non più il Leeds United di Don Revie, l’aveva esonerato dopo 44 giorni. Solo che da quel momento nessun club si era più fatto vivo. Almeno fino al 6 gennaio del 1975. Lo chiamano da Nottingham. Si presentano come i dirigenti del Forest. Una squadra anonima che si trascina al tredicesimo posto della vecchia Seconda Divisione. Non è esattamente il luogo ideale per pianificare la propria rivincita. Eppure Clough accetta e ringrazia, firma e progetta la sua rivoluzione. Per prima cosa convince John McGovern, che lo aveva seguito a Leeds, a trasferirsi a Nottingham. E gli affida la fascia da capitano. A fine stagione i “rosso Garibaldi” chiudono sedicesimi. La salvezza è già un traguardo da festeggiare. L’anno successivo il Forest arriva ottavo. Così Clough si riattacca al telefono. Chiama Peter Taylor, il suo vecchio assistente ai tempi del Derby County. Gli dice che è tempo di tornare a lavorare insieme. E lo convince. Nel 1976 arriva la promozione. È l’inizio di una storia irripetibile che porterà nella bacheca del club ben 7 trofei. McGovern diventa il perno del centrocampo, Robertson viene spostato dalla mediana alla fascia sinistra e si trasforma in uno dei giocatori più decisivi del Vecchio Continente. Tanto che Brian Clough arriva a chiamarlo “Il mio Picasso”. Appena promosso il Forest vincerà il campionato. Poi arriva il trionfo in Coppa dei Campioni. Per due anni consecutivi. Nel 1979 batte il Malmö grazie a un gol di Trevor Francis. L’anno successivo si impone sull’Amburgo con lo stesso risultato, firmato stavolta da Robertson. L’ultimo regalo di Clough al Forest si chiama Roy Keane. Lo acquista nel 1990 e con lui decide di utilizzare il bastone e la carota. Non sempre in parti uguali. “Ricordo il giorno seguente al mio debutto. Clough mi ha convocato nel suo ufficio. Mi ha chiesto qual era il mio nome, poi mi ha dato le sue scarpe da lucidare. Stava chiaramente cercando di riportarmi con i piedi per terra. Un’altra volta ero a casa sua e lui mi ha dato un bicchiere di latte e mi ha detto: ‘Bevi, ragazzo’. Io ho risposto: ‘Ma non mi piace il latte’. E lui: ‘È meglio se lo bevi, sto per portare fuori le bottiglie’”. Il regno di Clough dura fino al 1993, quando il Forest retrocede da fanalino di coda. Il club è in dissesto economico e deve vendere alcuni dei suoi pezzi pregiati. Il Forest inizialmente galleggia. Viene promosso e retrocede. In continuazione. Poi nel 2005 sprofonda nella terza serie del calcio inglese. Ci resta tre anni, prima di risalire in Championship. Un purgatorio dal quale non si è ancora liberato.

Ipswich Town
Palmares: 1 Campionato inglese, 1 Coppa Uefa, 1 FA Cup
Attualmente: Tredicesimo in Football League One
Nel gennaio del 1969 l’Ipswich Town è alla ricerca di un nuovo allenatore. Tutto cambia quando Dave Sexton, allenatore del Chelsea, spedisce Bobby Robson a osservare dei giovani durante una partita del club del Suffolk. L’incontro con il direttore del club, Murray Sangster, cambierà gli equilibri del calcio inglese. Perché Robson diventa il nuovo allenatore dell’Ipswich. I primi anni non sono particolarmente ricchi di gioie, ma al quarto tentativo Robson porta il club al quarto posto. Nelle successive 9 stagioni la quadra entra in pianta stabile fra le prime sei del campionato, partecipando alle competizioni europee. Nel 1978 arriva la vittoria nella FA Cup, poi nel 1981 la squadra del Suffolk porta a termine un’impresa incredibile. In finale di Coppa Uefa l’Ipswich incontra l’Az Alkmaar. All’andata, a Portman Road finisce 3-0 per i padroni di casa. Non è abbastanza, perché in quell’edizione della Coppa gli inglesi avevano alternato grandi successi nella prima gara e clamorose sconfitte nei return match. Era successo nel primo turno con l’Aris Salonicco (vittoria per 5-1 all’andata e sconfitta 3-1 al ritorno), con il Bohemians Praga ai sedicesimi (3-0, 0-2) e agli ottavi con il Widzew Łódź (5-0, 0-1). Un copione che si ripete uguale anche nella finale di ritorno, dove l’AZ vince per 4-2. Non comunque abbastanza per soffiare la coppa agli inglesi. Nel 1986 arriva la retrocessione. È l’inizio dell’eclissi. Le comparsate in Premier diventano sempre più sporadiche e poi, nel 2019, ecco l’abisso della terza serie del calcio inglese.

Amburgo
Palmares: 6 Campionati tedeschi, 3 Coppe di Germania, 3 Coppe di Lega, 1 Coppa dei Campioni e 1 Coppa delle Coppe
Attualmente: quarto in Zweite Liga
Quando hanno deciso di piazzare quell’orologio al Volksparkstadion dovevano essere piuttosto sicuri dei propri mezzi. È il 2003 e i dirigenti dell’Amburgo decidono di solleticare l’ego dei loro fan. Nello stadio vengono piazzati cinque pannelli digitali che registrano l’incessante avanzare del tempo. Un secondo dopo l’altro. Un giorno dopo l’altro. Fino a quando l’orologio non arriva a segnare 54 anni 261 giorni, 0 ore, 36 minuti e 2 secondi. È il periodo di permanenza dell’Amburgo in Bundesliga. Un concetto che a quelle latitudini tengono molto a sottolineare. Perché il club anseatico è l’unico ad aver preso parte a tutte le edizioni della Bundesliga. O meglio, era. Negli anni Settanta e Ottanta, l’Amburgo era riuscito a oscurare anche il Bayern Monaco. Fra il 1979 e il 1983 il club vince tre campionati in quattro anni. Sono stagioni costellate dall’arrivo e dall’addio di grandi nomi come Keegan, Magath, Beckenbauer. In tre anni gioca due finali di Coppa dei Campioni. Alla prima, nel 1980, ci arriva dopo aver battuto 5-1 il Real Madrid in semifinale, ma si deve arrendere al Forest. La seconda, nel 1983, ha un epilogo diverso. Sì, perché con Ernst Happel in panchina i tedeschi battono per 1-0 la Juventus di Trapattoni e alzano al cielo la coppa dalle grandi orecchie. Nel nuovo millennio le cose cambiano in fretta. Nel 2010 raggiunge la semifinale di Europa League. Il club investe parecchio, ma incassa poco. In quell’estate Klaus-Michael Kühne, professione imprenditore del settore logistico e inserito fra i 100 uomini più ricchi del mondo, compra il 20% delle azioni del club per circa 100 milioni di euro. Solo qualche settimana dopo, però, Kühne dirà: “L’Amburgo è il peggiore investimento della mia vita”. Nel 2018 il club perde 6-0 con il Bayern e quando i giocatori tornano al centro sportivo per l’allenamento trovano 11 croci infilzate sopra il campo. Il 12 maggio dello stesso anno arriva la prima storica retrocessione. E dopo due anni nella Serie B tedesca l’orologio è stato smantellato.

Aston Villa
Palmares: 7 Campionati inglesi, 7 FA Cup, 5 Coppe di Lega, 1 Charity Shield, 1 Coppa dei Campioni, 1 Supercoppa UEFA
Attualmente: Diciassettesimo in Premier League
Il blasone non basta. Fondato nel 1874 in una chiesa metodista di Birmingham, l’Aston Villa è l’ottavo club più titolato d’Inghilterra. Peccato, però, che buona parte dei trofei in bacheca siano stati conquistati prima delle due guerre mondiali. La storia del club cambia nel 1973, quando la panchina viene affidata a Ron Saunders. Otto anni più tardi i Claret and Blue vincono il campionato e staccano l’accesso per la Coppa dei Campioni. Solo che mentre la squadra vola ai quarti in Europa, nei confini nazionali la situazione diventa piuttosto ingarbugliata. I Villans sono nella parte bassa della classifica, così Saunders lascia il posto a Tony Barton. Sarà lui a guidare l’Aston Villa nella finale di Coppa dei Campioni a Rotterdam contro il Bayern Monaco di Hoeness, Rummenigge, Augenthaler e Breitner. Sembra una partita scontata. Soprattutto dopo che al 10’ il portiere inglese Jimmy Rimmer è costretto a lasciare il posto al collega Nigel Spink, una sola presenza in quel campionato. A decidere il match è un gol di Withe, che regala ai Lions la coppa dalle grandi orecchie. Qualcuno spera sia l’inizio di un ciclo, invece è solo l’inizio della discesa. Il 1987 porta in dote l’ultimo posto in classifica e la retrocessione. Dopo anni con risultati altalenanti, nel 2016 racimola appena 17 punti in campionato e sprofonda di nuovo in Championship. Ci resta tre stagioni. L’anno scorso l’altalena porta di nuovo i Villans in Premier, ma nonostante i grandi investimenti la squadra si salva solo all’ultima giornata.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Messi all’Inter, la tv di Suning in Cina lascia un indizio: quell’ombra proiettata sul Duomo

next