Sono tre giorni che ho tra le mani Riccardino. Fremevo per averlo, non vedevo l’ora di leggere quest’ultimo romanzo di Andrea Camilleri. Eppure, ora che ce l’ho mi manca il coraggio. Cincischio, tentenno, prendo tempo, continuo a leggere un giallo di second’ordine preso in biblioteca. Ho aspettato un anno questo momento e adesso che è arrivato non mi sento pronta. Perché lo so che una volta sollevata la copertina, le pagine inizieranno a scorrere rapide, frenetiche, una dopo l’altra finché non sarà terminato. Allora ci sarà un grande vuoto, quello che il Maestro ci ha lasciato dopo la sua morte. Si può essere così attratti e allo stesso tempo spaventati da un libro? Sì, i libri hanno grandi poteri nascosti. Faccio un respiro profondo, prendo coraggio e inizio Riccardino.

Non è una storia, è una resa dei conti. Già dalle prime pagine si percepisce come Camilleri abbia riversato tutto sé stesso, le riflessioni accumulate negli anni sul ruolo del commissario Montalbano, le sue abilità linguistiche nel rendere il dialetto siciliano una melodia simile, per il lettore, al canto delle sirene per Ulisse. L’Autore appare “di pirsona pirsonalmente” e dialoga con il commissario Salvo Montalbano, che è al contempo reale e Personaggio. Non solo quando si confronta con “il profissori autori” ma anche mentre conduce l’indagine. “Mentri che per doviri ‘ufficio reciti un certo pirsonaggio, per cunfunniri la testa di chi stai ‘ntirroganno,tu, nello stisso tempo, ti osservi, ti consideri, ti giudichi, t’apprezzi o no. Sei contemporaneamente attori e spettatori di quello che stai facenno”.

C’è tanto, tantissimo teatro in questo romanzo, quel teatro che torna indietro nei secoli fino alle origini, tanto caro al Maestro. Pagina dopo pagina assistiamo al surreale “confronto-scontro” tra il commissario Salvo Montalbano e il suo alter ego letterario e televisivo, con uno scambio di fax e le telefonate con l’Autore. “C’è il commissario Montalbano”. “Ma quello della tv?” chiede qualcuno. “No, quello vero”, risponde qualcun altro. Il commissario è stanco, per la prima volta ammette di pensare all’assenza del suo vice Mimì Augello con rammarico: un tempo avrebbe fatto carte false per tenerlo lontano dalle indagini, “per non spartiri con lui il piaciri ‘ndescrivibili della caccia solitaria”, mentre ora gli mollerebbe volentieri l’incombenza. Montalbano è protagonista di un duello con se stesso, sparisce ma non muore, ed è esplicita in questo libro, dedicato a Elvira Sellerio “amica del cuore”, la passione di Camilleri per Pirandello.

Scritto a 80 anni e accompagnato da aneddoti e leggende come quella che sia stato custodito nella cassaforte della casa editrice per tutti questi anni, da quando Camilleri lo consegnò nel 2005 a Elvira Sellerio fino alla sua morte, Riccardino è stato ideato nel 2004 come ultimo capitolo della serie del Commissario e ripreso in mano dallo scrittore nel 2016, quando aveva 91 anni. Ci ha messo tutto, ma proprio tutto. Anche i ricordi dell’infanzia di Montalbano, della morte della madre e del giorno di Ognissanti, del campo santo dove il Commissario bambino girava con il suo triciclo. Il Maestro voleva assicurarsi di non aver tralasciato nessun dettaglio, di non aver lasciato nulla in sospeso, chiudendo così i conti con quel personaggio tanto ingombrante da diventare difficile anche separarsene. Ed ecco così che nel finale anche le parole finiscono per sgretolarsi. Impossibile trattenere una lacrima quando si realizza che è davvero la fine.

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