“Ormai è evidente l’assenza di volontà e l’incapacità da parte del Parlamento di affrontare i temi delle libertà individuali e del fine vita. Andremo avanti con la nostra disobbedienza civile, aiutando i malati terminali, affetti da sofferenze insopportabili, a essere aiutati a porre fine alle proprie sofferenze finché questo diritto non sarà pienamente riconosciuto”. Così Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, a margine dei lavori del Consiglio generale a Roma, affronta la questione del fine vita, sottolineando il blocco dei lavori in Aula.
Cappato è in attesa di conoscere, il prossimo 27 luglio a Massa, il verdetto del processo che lo vede coinvolto insieme a Mina Welby, per l’aiuto al suicidio offerto a Davide Trentini, 53 enne, da 30 malato di sclerosi multipla, che nell’aprile del 2017 decise di metter fine alle proprie sofferenze in Svizzera, dove ricorse al suicidio assistito. Il giorno successivo al decesso, Welby e Cappato, rispettivamente co-Presidente e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, si presentarono presso la Stazione dei carabinieri di Massa per autodenunciarsi. “Non sappiamo come andrà il processo, rispetteremo il verdetto anche in caso di condanna. Ma quel che è certo che servirebbe una legge. Ma in Parlamento la discussione è bloccata dai capi partito, compresi quelli dei movimenti e partiti progressisti. Basterebbe che Pd o M5s puntassero a voler discutere la legge, ma tutto è fermo, nonostante i solleciti della Corte costituzionale a legiferare, a sette anni di distanza dal deposito della nostra legge di iniziativa popolare”, ha attaccato.
Eppure, quasi un anno fa il cambio di governo sembrava aprire altri scenari: “Ci speravo, ma sapevo che c’erano ancora molte resistenze”, ha spiegato Mina Welby. “Aspettiamo la sentenza, poi speriamo che in Parlamento qualcosa si muova. Abbiamo sentito troppe promesse, ora è il momento di passare ai fatti”, ha concluso Filomena Gallo, segretaria dell’associazione Coscioni.

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