La ‘ndrangheta ha messo le mani sui contributi pubblici a fondo perduto in favore delle aziende per fronteggiare la crisi legata all’emergenza coronavirus. Almeno 60mila euro sono finiti sui conti di tre società ritenute legate alle cosche. È quanto ha ricostruito la Direzione distrettuale di Milano, guidata dalla procuratrice aggiunta Alessandra Dolci, in un’inchiesta condotta dalla Guardia di finanza, nella quale sono state arrestate 8 persone, su ordine del giudice per le indagini preliminari Alessandra Simion, e risultano indagati in 27.

Le accuse, a vario titolo, sono di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale aggravata dal metodo mafioso e dalla disponibilità di armi, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni e bancarotta. Quattro persone sono finite in carcere e quattro ai domiciliari e sono stati sequestrati beni, tra cui aziende e disponibilità finanziarie, per 7,5 milioni di euro. Perquisizioni sono state effettuate in Lombardia, Veneto, Toscana, Umbria, Lazio, Calabria e Sicilia.

Secondo gli investigatori, tre delle società intestate a prestanome hanno ottenuto 60mila euro di contributi a fondo perduto stanziati per far fronte alla pandemia. A gestire la società era Francesco Maida, accusato di essere collegato alla cosca crotonese della ‘ndrangheta capeggiata da Lino Greco di San Mauro Marchesato. Per ottenere i fondi, previsti dal decreto 34 del 19 maggio, Maida avrebbe utilizzato fatture false emesse dalle società inserite nello schema di frode. Il clan Greco è una ‘ndrina della locale di Cutro (Crotone) e opera anche in Lombardia. Maida si sarebbe anche adoperato per ottenere un ulteriore prestito da 150mila euro.

L’11 giugno scorso, infatti, coadiuvato da Simone Cipolloni, titolare di alcune delle imprese in questione, “si cominciava ad attivare” presso “Monte Paschi di Siena, Bpm e Deutsche Bank” per ottenere i contributi stanziati dal governo per il coronavirus. “Abbiamo fatto la richiesta per fare quella cosa lì dei 150mila euro, no? Mi ha mandato quella per i 25mila, io invece avevo fatto la richiesta dell’altro”, diceva Cipolloni il 15 giugno, al telefono con Bpm, chiedendo la modulistica non più per il prestito da 25mila euro ma per un finanziamento da 150mila.

Le indagini sulle infiltrazioni della mafia calabrese nell’economia, come spiega il procuratore capo di Milano Francesco Greco in una nota, hanno accertato che “il principale indagato, indicato dai collaboratori come inserito” nel “clan di San Mauro Marchesato “ha presentato richiesta ed ottenuto” per tre delle società inserite nello “schema di frode” i “contributi a fondo perduto”, attestando un volume di affari “non veritiero” e “fondato sulle false fatture”. Inoltre, si legge ancora, “ha tentato di beneficiare” anche dei finanziamenti del decreto legge 23 dell’8 aprile che servono a “sostenere il sistema imprenditoriale nella particolare congiuntura economica determinata dall’emergenza sanitaria”.

L’inchiesta ha svelato “una complessa frode all’Iva nel settore del commercio di acciaio” con fatture false e attraverso società “cartiere” e “filtro”, anche all’estero, intestate a prestanome. Le imprese erano di fatto gestite da affiliati al clan che fa capo a Lino Greco, una “cosca federata” a quella di Cutro che fa capo a Grande Aracri. Contestato inoltre l’autoriciclaggio per mezzo milione di euro attraverso conti anche in Inghilterra e Bulgaria.

Gli affiliati alla ‘ndrangheta, spiega ancora il procuratore Greco, si sono avvalsi della “collaborazione” di un cinese (arrestato) residente in Toscana, “interessato a riciclare importanti somme” cash e a “mandarle in Cina”. Sarebbero stati bonificati mezzo milione di euro dai conti correnti di alcune società inserite nel meccanismo di frode fiscale. Soldi che sarebbero andati verso banche cinesi.

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