Abitava in un appartamento esclusivo nel cuore di City Life e lì aveva radunato i “compari”. Francesco Maida, arrestato nell’operazione della Dda di Milano per una maxi frode fiscale internazionale sull’Iva attraverso diverse società impegnate nel campo dell’acciaio e ritenuto collegato al cosca crotonese della ‘ndrangheta capeggiata da Lino Greco di San Mauro Marchesato, aveva trasformato la sua casa, nel complesso di lusso firmato dall’archistar Zaha Hadid, nel set di una cena nella quale si discuteva di “argomenti di estrema importanza”. In una sera di fine ottobre 2017, attorno a un tavolo del salotto di Maida si accomodano Luciano Mercuri e Giuseppe Arcuri, anche loro coinvolti nell’inchiesta del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza milanese che ha portato a 8 arresti, e tra i commensali ci sono Luigi Greco, figlio secondogenito del boss Lino, e Francesco Cucè, fratello della moglie del capoclan e descritto come “vicino” ai membri del gruppo.

Così al centro di una delle zone più in vista di Milano, dimora di molti vip, con affaccio sui grattacieli che svettano sulla città, si discuteva di affari del clan. “L’inserimento di tutti i commensali nel contesto ‘ndranghetista emerge in tutta chiarezza dai commenti circa i pentiti, considerati degli infami”, scrive il gip Alessandra Simion nell’ordinanza di custodia cautelare. Si parla anche dell’arresto del boss – in uno strascico dell’inchiesta Aemilia – per un omicidio a Brescello nel 1992, dei conflitti interni alla “branca torinese” e delle “regole” della famiglia. E c’erano anche le lamentele per le condizioni economiche: “Dicono che abbiamo i miliardi… e tra un po’ non abbiamo i soldi per mangiare”, sono le parole del figlio del boss che ricorda come il padre ripeteva spesso “me li sono mangiati qua… con avvocati”. Un crocevia l’appartamento di Maida, che per tre società a lui riconducibili era riuscito anche ad ottenere 60mila euro di aiuti statali a fondo perduto per l’emergenza Covid ed erano pronto a chiedere un finanziamento garantito da 150mila euro.

È sempre in quelle lussuose stanze che viene intercettato mentre è impegnato con Luciano Mercuri “nell’operazione di pulizia delle armi” e nella “conta dei colpi”. Pistole che si erano procurati dopo uno scontro verbale, finito in minacce di morte, con un altro gruppo per un credito di oltre 100mila euro frutto di un giro di fatture false tra società italiane ed estere, cuore dell’inchiesta. “Io ho parlato col pisciaturo al telefono (…) … devi buttare sangue”, ripeteva Maida. Una vicinanza alle cosche, costata l’aggravante mafiosa alle accuse, sulla quale il gip non nutre dubbi.

Le considerazioni sono frutto di una lunga e dettagliata ricostruzione, che ruota attorno anche al racconto di collaboratori di giustizia ed elementi presenti già in altre indagini. Compresa la circostanza secondo cui Lino Greco, stando al pentito, avrebbe incaricato “alcune persone di fiducia”, tra cui proprio Maida, di “sostenere la candidatura” alle elezioni regionali lombarde del 2013 dell’imprenditore Tranquillo Paradiso, in corsa nella “Lista Lavoro e Libertà 3L Tremonti” dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

La candidatura dell’imprenditore, attivo nel settore della logistica a Milano e non eletto, scrive il gip, “era sostenuta dal principale esponente della criminalità calabrese presente in Lombardia e Piemonte”, ossia proprio Greco, come era emerso già in un’indagine dei pm di Torino a carico dello stesso boss Greco. Paradiso, consigliere comunale a Lamezia Terme ed estraneo alle indagini, è anche stato candidato alle ultime regionali in Calabria con la lista Santelli Presidente, a sostegno dell’attuale governatrice calabrese.

Ed è sempre un collaboratore di giustizia, Gennaro Pulice, considerato uomo della cosca Cannizzaro, a raccontare come Maida si occupasse anche di altri affari. In un verbale, il pentito parla dei rapporti con Sang You Zhang, un cinese residente a Prato, anche lui arrestato: “La ragione unica dei rapporti intrattenuti da questo cinese con Maida e Mercuri è perché questi ultimi riciclano danaro nero che proviene da ‘Chinatown’ consegnato da questo cinese a loro e che loro, grazie a queste transazioni con l’acciaio, fanno pervenire su conti cinesi in Cina”. In questo giro – ha messo a verbale il collaboratore – “utilizzano le società bulgare, sui cui conti fanno transitare il danaro proveniente dalle transazioni di acciaio in Italia e da qui i soldi confluiscono in Cina”.

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