‘Estate 2020’ è il tuo nuovo singolo. E se da un lato è un pezzo tipicamente “Frankie”, dall’altro ci sono elementi inediti per la tua musica. Ce lo vuoi raccontare?
È un pezzo venuto in maniera strana durante il lockdown, con Fresco, produttore con cui lavoro da anni. Abbiamo scambiato idee e iniziato a comunicare come si poteva comunicare in fase di lockdown, attraverso social, zoom, FaceTime etc. Abbiamo iniziato a collaborare su vari pezzi tra cui questo, e nel momento in cui stava prendendo questa direzione per me atipica abbiamo pensato di coinvolgere Ackeejuice Rockers, due dj e producer veneti che hanno un curriculum di tutto rispetto, avendo lavorato con Jovanotti, Achille Lauro, Kanye West, e che soprattutto hanno un’impronta molto personale nel dare un tocco alla musica su cui mettono le mani.

Come mai questo passaggio tra varie “teste” in studio?
Per fare una canzone con l’abito del tormentone estivo ma comunque con la mia anima e la mia visione. C’è dentro un’esperienza condivisa, quella di una situazione che ci ha colti in contropiede e assolutamente impreparati, a tutti i livelli, sconvolgendo le nostre vite nel giro di pochissime settimane e probabilmente per molto tempo. E ora viviamo proprio la fase che racconto nella canzone, quella del bisogno di libertà, della fuga dalla repressione e della difesa delle proprie idee. Perché se è vero che la reazione iniziale è stata quella di abbassare le nostre barriere personali in nome di un bene comune, e quindi rinunciare senza discussione a molte di quelle condizioni che formano la normalità delle nostre vite, oggi quel momento è ampiamente alle spalle e non dobbiamo assolutamente abdicare al nostro libero pensiero, nemmeno se siamo spaventati dalle ansie e dal clima di timore, di paura generale che sembra regnare nell’opinione pubblica e che ci condiziona. La nostra testa non va colonizzata, non possiamo e non dobbiamo permetterlo.

Il tuo è un ritorno importante, dopo tanti anni di silenzio discografico. Sei un artista che è riuscito nell’impresa di avere un peso specifico, una percezione forte nonostante, appunto, lunghe pause tra un disco e l’altro. Spesso amici o conoscenti, se si parla di te o di un tuo pezzo, chiedono “ma che fine ha fatto, cosa sta facendo?”. E allora questa domanda la giro a te.
La risposta è molto più semplice e meno misteriosa di quanto si creda: ho tempi lunghi, ci sono sempre pause tra un disco e l’altro, anche di molti anni. Devo avere il desiderio di scrivere, di fare musica, di stare su questa carrozza. La musica è una delle espressioni che amo e prediligo, ma non ho mai avuto la mentalità di restare di continuo nel meccanismo discografico. L’esposizione continua e prolungata non fa per me. Cosa sto facendo: beh, negli ultimi sei anni ho scritto per esempio due canzoni per lo Zecchino D’Oro parlando di precariato e di difficoltà linguistiche. Ho scritto un oratorio per un’orchestra di sessanta elementi con Marco Paolini e Mario Brunello. In scena io rappavo, Paolini recitava. Ho scritto un libro, ‘Faccio La Mia Cosa’, uscito l’anno scorso. Ho scritto e realizzato un reading teatrale che stavo portando in giro e che si è stoppato a causa della pandemia. Insomma, non faccio continuamente dischi ma mi tengo impegnato.

Ecco, sul fonte discografico invece? Dopo ‘Estate 2020’ ci saranno pezzi nuovi?
Ho iniziato ad avere un approccio diverso con la scrittura, nel modo in cui tiro fuori gli argomenti, i pezzi ineriscono tante sensazioni che ci ha dato il lockdown, sono… sono dei “carotaggi di emozione”. Credo che l’importante in una canzone sia raccontare qualcosa per dare occasione alla gente di riconoscersi in ciò che le viene raccontato. Per rispondere in modo netto alla domanda: sì, ci sono altri brani in lavorazione.

Nel tempo la tua figura è diventata, in un modo molto personale, quella del pessimista, del polemico, del rapper intellettuale che pensa e riflette parecchio e vede il mondo da una prospettiva piuttosto negativa. Ti ci riconosci? Ti dà fastidio? O al contrario è esattamente la percezione di te che ti piace emerga?
Mah… di certo non sono uno da pezzi colorati e fuochi d’artificio. Ma la polemica dev’essere coltivata in modo nobile, costruttivo, oggi il rischio è quello di essere associato al calderone polemico da rosicata social, da hater, e quello non sono certamente io. I social network sono uno dei luoghi in cui il dibattito è diventato uno sport che spero venga regolarizzato. Il mare magnum dei social fa emergere personaggi ai quali si deve fare attenzione perché possono diventare problematici e pericolosi nella realtà. Alcune persone vanno bloccate, semplicemente, è una difesa verso giornate perse in dibattiti inutili. Perché poi quello è un altro rischio concreto: diamo peso e spendiamo tempo a dibattere con persone che non conosciamo, che entrano a gamba tesa sui nostri profili in modo maleducato, senza cognizione di causa, e per orgoglio, per senso civico e amore della verità, invece di lasciar correre ci sentiamo in dover di rispondere. Ma non è un atteggiamento sano.

Sei stato uno dei primi rapper in Italia a diventare famoso, e credo proprio il primo a portare un tipo di rap dai contenuti forti in classifica, in radio, in TV: la mafia, la libertà di espressione, il tutto attraverso un linguaggio e dei riferimenti schiettamente alti, in senso culturale. Oggi il rap game è qualcosa di completamente diverso rispetto a quelle premesse. E la cosa che non ho mai capito è come personaggi come te, o Caparezza, siano stati del tutto estromessi dalla comunità hip hop. Ti pesa questo cambio di rotta?
No, negli anni ’90 il rap apparteneva a una cultura, l’hip hop, l’humus era diversissimo da quello di oggi, l’Italia era diversissima e il mondo della musica lo era. Le culture giovanili avevano altre istanze, altre priorità, altre esigenze. Oggi non mi riconosco nel mondo rap che si è nel frattempo creato, o meglio in quello a cui comunemente ci si riferisce quando si parla di rap. Sicuramente è uno sport con un livello di agonismo eccessivo per i miei standard, è un aspetto che non mi piaceva a vent’anni e non mi piace adesso, non amo necessariamente performare, non mi interessa scrivere per forza e stare costantemente in piazza. Io faccio un disco ogni sei anni perché sento di aver bisogno di dire qualcosa, mediamente un rapper fa uscire un pezzo al mese perché il suo pubblico ha bisogno di qualcosa di nuovo su cui cliccare. Sono due pianeti distanti.

Quali sono le tue ispirazioni in questo periodo? Film, letture, e così via?S
Sono sempre tante. Mi piace il fatto che ci sia un film coreano che vince l’Oscar. Parasite è un grande film, avrebbe potuto dare ancora di più ma è comunque notevole. Joker l’ho trovato irrisolto, banale, una sorta di puntata di Lost. Naturalmente è sorretto da una grandissima interpretazione attoriale di Joaquin Phoenix. Black Mirror mi piace perché mi ha ricordato il brivido dell’imprevisto, è una versione contemporanea di Twilight Zone, il vecchio Ai Confini Della Realtà, ne rinnova il linguaggio con le stesse inquietudini.

Uno dei tuoi feticci negli anni ’90 era Spike Lee: è ancora un tuo riferimento?
L’apparato valoriale non è cambiato, magari oggi non cito Zulu Nation ma l’idea di pace, uguaglianza e fratellanza è quella. Mi piace pensare che il tempo che qualcuno ci dedica per ascoltare un nostro pezzo sia per noi occasione di regalare curiosità: il famoso “edutainment” di cui la cultura hip hop della prima metà dei ’90 era foriera. Mi porto quella corazza con piacere, è “la mia cosa”, per auto-citarmi.

Ma l’Italia di oggi è ancora curiosa come lo era la generazione cresciuta negli anni ’90?
L’Italia… io direi il mondo. Io temo che l’immediatezza con cui si possono reperire informazioni ci impigrisca, è naturale. Io ricordo i numeri di telefono dei miei amici, di casa, di quando ero piccolo. La tecnologia ci dà un vantaggio straordinario, in un click possiamo recuperare tutto, all’epoca non c’era questa possibilità incredibile. Però il rovescio della medaglia è che manca la straordinaria poesia del dover aspettare, l’organizzarsi. L’attesa. Un tempo se volevi vedere Fa’ La Cosa Giusta di Spike Lee cosa facevi? Aspettavi l’uscita, non sapevi nulla se non le informazioni uscite sul pitch in qualche rivista di cinema o sui quotidiani, poi dovevi cercare un cinema che lo proiettasse, organizzarti con gli amici e andare. Oggi prima del film vedi cinque teaser, due trailer, il backstage, in due click hai recensioni, trama, spoiler, sale dove lo danno e sai anche se c’è posto o meno. È comodissimo. Ma toglie la poesia dell’avventura.

A proposito di curiosità e di poesia dell’avventura: l’estate scorsa sei stato ospite al Jova Beach Party. Un evento unico da tutti i punti di vista. A me ha colpito tantissimo il fatto che tu e Lorenzo non vi siate limitati a cantare insieme un tuo successo, ma che poi vi siate fermati a leggere delle pagine del tuo libro. In mezzo a un concerto/festa. In spiaggia. Davanti a 50mila persone.
Il libro è una responsabilità di Lorenzo, che si è impuntato per leggere sul palco. Una cosa davvero incredibile. Ed è stato uno spot editoriale che nemmeno a pensarlo con manager e uffici stampa vari sarebbe stato più forte e incisivo. Mi è piaciuto Lorenzo in quel frangente, e in tutta quella libertà assoluta che era il Jova Beach. Mi piace lui perché è curioso, è innamorato, di più, appassionato di tutto ciò che fa. Aveva un entusiasmo sovrumano nel gestire quella meravigliosa macchina da guerra che era il Jova Beach Party. Lo vedevi cantare il ritornello insieme al gruppo colombiano su un palco, poco dopo si era cambiato e stava presentando un dj sull’altro palco. Poi sposava una coppia. Poi prova un pezzo in camerino. E soprattutto: in un contesto del genere si è speso per portare davanti al suo pubblico, e parliamo di almeno 40mila persone a data, artisti mai sentiti di Paesi e culture lontane dalle mode, dal solito, dal già sentito.

Mi sembri eccitato a parlare di live. E quindi, per salutarci, ti chiedo: ti piace fare i live? A quando un nuovo live tuo?
Mi piace eccome fare i live. E quando sarà possibile tornerò con un nuovo live. Ci sono in cantiere gli altri pezzi, l’idea è quella di fare un album e il live ne sarà diretta conseguenza. Ne ho voglia. Quando ci sarà la possibilità di farlo con tutti i crismi, però. Niente cose a metà, niente restrizioni. Voglio un concerto vero, da pre-pandemia. Intanto, il 14 luglio a Milano ho cantato con gli Aljazzera al Castello Sforzesco di Milano, una bellissima esperienza. Un’altra cosa nuova per me è Tik Tok: mi intriga, credo che potrei organizzare una challenge su quella piattaforma. Non diamo nulla per scontato.

Il Fatto di Domani - Ogni sera il punto della giornata con le notizie più importanti pubblicate sul Fatto.

ISCRIVITI

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Tormentoni dell’estate, ecco qual è il più “martellante” (con affetto)

next
Articolo Successivo

Badly Drawn Boy: facile cadere quando indossi ‘scarpe in buccia di banana’

next