Vietato dire ‘schiavo‘. Non solo nel linguaggio comune usato al bar, o per strada, ma nemmeno nel linguaggio di programmazione informatica dei pc. La lingua si evolve seguendo le nuove spinte della società: e sull’onda delle proteste del movimento ‘Black Lives Matter’ e della nuova attenzione all’inclusione, anche l’informatica si adegua. Linus Torvalds, l’ideatore della famiglia di sistemi operativi Linux, ha suggerito di non usare più termini come ‘master’ o ‘slave’ o ‘blacklist’ o ‘whitelist’ nello scrivere i programmi o le relazioni, perché intrinsecamente ‘razzisti’.

In quel caso i termini non fanno riferimento a persone fisiche, ovviamente, ma ad hardware principali e dipendenti: poco importa, nei laboratori di Linux da oggi in poi si userà un lessico ‘politicamente corretto’ anche di fronte ai codici sorgente. Nelle linee guida stilate dal fondatore – spiega il sito ZdNet – si suggeriscono una serie di alternative, da ‘primary‘ e ‘secondary‘ a ‘leader’ e ‘follower’ (che fa molto Instagram). Stesso destino per i termini ‘whitelist‘ e ‘blacklist‘, cioé le liste di chi può (o non può) accedere a una certa risorsa. Anche in questo caso, Linux suggerisce accantonare la vecchia associazione ‘nero = cattivo’ e ‘bianco = buono’ e propone alternative come ‘denylist‘ e ‘allowlist‘ o ‘blocklist’ e ‘passlist’.

Prima di Linux molte altre aziende informatiche e progetti di programmatori hanno deciso di eliminare i riferimenti che possono far pensare al razzismo, compresi Google e Microsoft. La lotta al razzismo – specialmente quello delle parole – passa sempre di più per i software, dunque: il prestigioso Mit di Boston che ha messo offline un enorme database usato per ‘addestrare’ le intelligenze artificiali proprio perché conteneva parole razziste e misogine. Artificiale, ma comunque politicamente corretta.

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