Il campionato di calcio di serie B era finito da meno di 24 ore. Per la squadra e per i tifosi del Lecce la stagione era stata quasi anonima: un settimo posto e un girone di ritorno chiuso con una sconfitta per 4-1 nella trasferta contro la Sambenedettese. Anche di questo si parlava quel giorno a Racale, paesino del basso Salento, quasi venti chilometri più a sud di Gallipoli. Le temperature ardenti del Mezzogiorno cominciavano a farsi sentire quel 20 giugno 1977, primo giorno d’estate. Nelle strade e nei bar si parlava di calcio, ma non solo. Erano gli anni delle Brigate Rosse che sparavano a più non posso. Qualche settimana prima a Milano era stato gambizzato prima Indro Montanelli e poco dopo Emilio Rossi, direttore del Tg1.

Quel giorno, in quel comune tranquillo tra gli uliveti, Mauro Romano sta giocando con il fratello. È a poca distanza dalla casa dei nonni. Black out: il tempo sembra improvvisamente fermarsi mentre qualcuno si avvicina e lo porta via. Mauro, 6 anni, scompare. Qualcuno ha visto un Mercedes nero che lo porta via. Chi lo guidava? Non si sa, ma qualcuno sostiene che fosse uno “zio”. Così Mauro si sarebbe rivolto a quell’uomo che lo ha consegnato al buio. Altri parlano invece di un Apecar. Gli investigatori sul finire di quegli anni ’70 e nei primi anni ’80 battono tutte le piste.

Non ci sono le intercettazioni in quegli anni, non c’è la tecnologia del terzo millennio. Non c’è internet, i telefoni sono quelli della Sip. Il silenzio, come il caldo torrido di quell’estate, scende su Racale e su Mauro. Poi qualcuno contatta la famiglia. Un amico ha delle informazioni, ma chiede denaro, quasi un riscatto. Chiede 30 milioni e minaccia di uccidere il bambino. L’indagine, però, non porta a nulla: Mauro non è nelle sue mani.

Ma quel 20 giugno, un altro bambino di 8 anni stava giocando lì vicino, si chiama Vito Paolo Troisi. In quei giorni non dice nulla, tiene la bocca chiusa: nella terra che di lì a poco diventerà prima feudo della ‘ndrangheta e poi culla della Sacra Corona Unita, l’omertà in certi ambienti è considerata una virtù. La Scu cambia il volto del Salento: la quarta mafia trasforma la terra del sole, del mare e del vento, in una terra di sangue. Le faide tra le numerose cellule dell’organizzazione fondata da Pino Rogoli mietono vittime e creano criminali d’alto rango. Vito Paolo cresce in quel contesto e la sua carriera criminale lo porta ai vertici dell’associazione mafiosa pugliese.

Diventa un boss, domina un territorio, ordina omicidi. Ma anche quell’organizzazione comincia a cadere sotto i colpi della magistratura guidata dal procuratore Cataldo Motta e delle dichiarazioni dei pentiti. Vito Paolo viene arrestato e rimedia una condanna all’ergastolo. A Racale intanto, i genitori di Mauro continuano a sperare, a cercarlo. Lanciano appelli, ricostruiscono i fatti, mettono insieme i tasselli senza però riuscire a trovare un punto nitido a eccezione di quella parola: “zio”. I fascicoli di indagine si aprono e si chiudono con le archiviazioni. Forse è anche per questo che Vito Paolo, rinchiuso nel carcere di Opera alle porte di Milano dove deve scontare l’ergastolo, nel 2010 decide di parlare: ha visto qualcosa, ma vuole raccontarlo solo al giudice Motta. Per la magistratura salentina, però, è un trucco: Troisi vuole ottenere benefici grazie alla collaborazione. E così decidono di non ascoltarlo.

Nel frattempo c’è una bambina che è diventata grande. Si chiama Stefania Mininni e ha scelto di fare il magistrato, lavora come pubblico ministero a Lecce. La storia di Mauro, decenni più tardi, è sulla sua scrivania. E Mininni vuole sapere, vuole capire cosa è accaduto. Le indagini riprendono a 43 anni dopo arrivano a due svolte. Mininni conduce un’inchiesta per pedopornografia e tra le persone indagate c’è anche quell’amico di famiglia che oltre 40 anni fa aveva chiesto denaro alla famiglia. Non è lui ad aver rapito Mauro, ma forse qualche informazione ce l’ha davvero. Qualche mese più tardi, infatti, arriva la svolta: il pm Mininni, interroga oggi e ascolta domani, ritiene di aver identificato lo “zio”. È un amico di famiglia residente nella vicina Taviano, oggi 70enne. Una persona così in confidenza che Mauro lo considerava una sorta di parente.

Provare a incastrarlo sarà complicato: il reato di sequestro di persona, 43 anni dopo i fatti, è prescritto da tempo. Ma vuole sapere, vuole capire. È andata anche ad ascoltare Troisi, un decennio dopo. Oggi le indagini sono in piena attività e non escludono alcuna pista. Ci sono stati dei complici? Qualcuno ha commissionato quel sequestro? Come scrive La Gazzetta del Mezzogiorno, gli inquirenti non escludono neppure la possibilità che Mauro sia ancora vivo, magari venduto a famiglie facoltose che non potevano avere figli. Tra 1975 e il 1985, quel fenomeno non era affatto raro: i bambini dovevano essere di bell’aspetto, e vivere in piccoli paesi a migliaia di chilometri di distanza dalle famiglie che li avrebbero acquistati. Un’ipotesi. Per certi versi, forse, una speranza. Una luce dopo mezzo secolo di black out.

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