Chi l’avrebbe mai detto? Sapevate che il caffè (la gradevole bevanda che ci accompagna nel corso della giornata) è diventato l’argomento principe nel dibattito sulla giustizia? Eppure è proprio così, da quando l’avvocatura e una parte trasversale della politica han deciso di puntare tutto sulla “separazione delle carriere”.

Il ragionamento a sostegno di questa opzione si basa, appunto, proprio sul fatto che giudici e pm… prendono il caffè insieme, metafora per indicare un rapporto di stretta colleganza (quasi un contubernio) fra loro, con un conseguente appiattimento dei primi sui secondi e un grave, intollerabile squilibrio fra accusa e difesa.

Premesso che l’appiattimento dei giudici sull’impostazione dei pm è più che altro “black-propaganda”, non essendovi sostanziale riscontro nella realtà; premesso altresì che per effetto di varie riforme si è realizzato – negli ultimi tempi – un notevole potenziamento del ruolo della difesa; va detto che scaricare sulla comunanza di carriera fra pm e giudici i risentimenti originati da un presunto assetto non equilibrato del processo significa eludere i nodi reali.

Sono i meccanismi di concreto funzionamento del processo che incidono sulla parità tra accusa e difesa. Ruoli e figure professionali restano diversi, al di là dei collegamenti derivanti da una carriera comune e degli stessi rapporti individuali. Un controllore resta controllore e un giudice resta giudice anche se prende un caffè col pm.

Ragionando diversamente si dovrebbe imboccare, per coerenza, una strada assurda e senza uscita, nel senso di rescindere anche i rapporti fra gip e giudici di primo grado, fra questi e i giudici d’Appello, fra costoro e i giudici di Cassazione, e all’interno di questa fra i magistrati delle sezioni unite e tutti gli altri. Perché non si vede come i sospetti derivanti dalla “colleganza” fra pm e giudici non debbano estendersi anche ai giudici dei diversi gradi del processo.

In realtà, parlare di separazione delle carriere obbliga a fare i conti con un dato incontestabile (chi lo nega sbaglia). Vale a dire che ovunque nel mondo tale separazione comporta che il governo – di solito il guardasigilli – può dare ordini e direttive al pm: al limite persino quali inchieste non fare e quali invece sì; in tal caso entro quali limiti e nei confronti di quali soggetti e via disponendo. Ordini o direttive cui il pm – per legge! – ha il dovere di ottemperare.

Il problema allora si riduce ad una semplice domanda: conviene questa dipendenza del pm dal potere esecutivo? Oppure è meglio il nostro sistema, dal momento che – pur con tutti i suoi difetti – offre spazi alla reale indipendenza del pm?

Prima di rispondere, mettiamo in conto alcune specificità italiane: la pretesa, da parte di molti politici nostrani, di sottrarsi alla giustizia comune in forza del consenso ricevuto (nel momento stesso in cui le responsabilità politica e morale sono diventate ferri vecchi da relegare in soffitta); la sistematica aggressione contro i magistrati che si ostinano a voler applicare la legge in maniera uguale per tutti, compresi i ricchi e i potenti.

E poi consideriamo che l’indipendenza della magistratura non è un privilegio della casta dei magistrati, ma un privilegio dei cittadini: l’unica loro speranza di poter davvero aspirare ad una legge uguale per tutti. Una speranza che la separazione delle carriere affosserebbe.

È dunque all’interno di questo quadro, nella sua concreta specificità, che va inserito il dibattito sulla separazione delle carriere. Con la quale – in sostanza – si tende come minimo ad un modello di magistrato le cui caratteristiche sono quelle del conformista-burocrate. Un modello finalizzato (specie quando si tratta di imputati “eccellenti” che impunità van cercando) alla sterilizzazione, se non proprio all’impedimento, del libero esercizio della giurisdizione. Una questione evidentemente cruciale per l’equilibrio stesso del sistema istituzionale.

Ps. Si obietta che Giovanni Falcone era per la separazione delle carriere. Ad evocarlo sono soprattutto gli epigoni di coloro che in vita lo avevano professionalmente sbeffeggiato. Dunque, un’appropriazione indebita della sua memoria, senza rendersi conto che lo tsunami politico-giudiziario iniziato nel 1992 ha cambiato radicalmente un’infinità di cose.

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