Su otto film da regista ad appena 31 anni d’età Xavier Dolan non ha praticamente mai sbagliato nulla. E Matthias e Maxime – l’ottavo titolo dal 27 giugno su MioCinema.it e Sky PrimaFila – conferma l’assunto. Dolan ancora una volta nel polittico regia-scrittura-montaggio-attore principale conferma che l’immagine cinema è per lui qualcosa di naturale letteralmente a livello cellulare. Come per Lewis Hamilton guidare un’auto di Formula 1. Sa quando accelerare, rallentare, impostare le curve, dosare lo sforzo, senza mai perdere la prima posizione. Il suo concetto di “regia” è alla vecchia maniera dell’autore, del controllo totale sull’opera, del film come scultura da plasmare pezzetto dopo pezzetto.

Partiamo dal plot che torna ad essere elemento di abbattimento di parecchi tabù di genere, identitari e sessuali vagamente alla Kinsey. A Montreal Matthias e Maxime sono due quasi trentenni che in mezzo al caos delle virili e vocianti amicizie – perlopiù maschili – si ritrovano per gioco – un filmino girato per la sorella di Maxime improvvisamente rimasta senza attori – a recitare la scena di un bacio tra loro. Non c’è nulla di sorprendente o di ammiccante in questo turning point narrativo, in questo twist delle viscere e delle farfalle nello stomaco. È solo una lampadina che si accende flebile e gradualmente monta d’intensità.

Il problema, da quel momento in avanti, è come convivere con questo nuovo impulso sottopelle. Soprattutto per Matthias (Gabriel D’Almeida Freitas), avvocato che sta scalando posizioni nello studio legale dove lavora, e con una relazione seria in atto con una donna. Maxime (interpretato da Dolan), invece, dopo parecchi lavoretti e la gestione complessa della madre con problemi mentali, è in procinto di partire per l’Australia con una lettera di raccomandazione per un lavoro del padre di Matthias. Maxime di fondo si macera perché il bacio l’ha fatto sciogliere ciucco d’amore. Matthias pare non patire troppo l’accaduto, anzi. Così Matthias & Maxime, il film, è il countdown di questa attesa, di un distacco che improvvisamente potrebbe non esserlo più. Hai voglia per i rumoreggianti amici e parenti, tutti intrecciati simpaticamente, organizzare feste d’addio, consegna di regali, ultimi discorsi. Allo spettatore interessa seguire e capire quando sboccerà l’amore tra i due ragazzi.

Solo che l’abilità di Dolan sceneggiatore sta proprio in questo: tracciare con un pennarello bello grosso ma non coloratissimo la linea centrale del racconto con gli sguardi nel vuoto di Matthias e l’entusiasmo cupo di Maxime; e poi cucirgli attorno diversi graziosi e intensi sottotesti, tra cui quello tra Matthias e la madre (che verrà presa in carico giuridicamente dalla zia, altra figura eccentrica) che altri non è che quell’Anne Dorval che fu protagonista del capolavoro di Dolan – Mommy – che qui riattiva uno scontro madre-figlio ancestrale. Ulteriore discorso merita il Dolan regista che fa letteralmente, e stilisticamente a ragion veduta, quello che gli pare. Come sempre colpisce come un ragazzo così giovane abbia già nel suo sguardo, nella scelta sulla distanza da tenere rispetto ai protagonisti, nel girare primi piani e campi lunghi riuscendo a dargli sempre la stessa intensità e lo stesso significato, un’idea generale di regia solida, disinvolta, in certi momenti fastidiosamente matura.

Altro dato che sembra banale, ma Dolan regista ha la capacità di muovere la macchina da presa introducendosi e spostandosi spesso a ridosso, o di converso allontanandosi, rispetto a ciò che vuole conficcare negli occhi dello spettatore. Quando cerca la “poesia”, l’attimo delicato e dolce tra i due protagonisti quasi li incasella in finestre e finestrelle con attorno il buio, pareti e muri trasparenti; poi quando ha bisogno di trasmettere il loro tormento ecco la macchina da presa addossarsi sui visi, sulle spalle, sul petto dei protagonisti. Un po’ come quando in Mommy il protagonista improvvisamente mentre recita allarga e restringe il quadro dello schermo, Dolan allarga e restringe continuamente Matthias & Maxime, una fisarmonica dei sentimenti sopiti, tabù occhieggianti, senza moralismi, lezioncine, politichese.

Il cinema nella sua funzione massima teso a veicolare nella pura espressione delle immagini sensazioni profonde. In questo fa gioco anche il Dolan montatore, capace di donare sì ritmo al film, di puntellarsi a livello sonoro sul chiacchiericcio del folto gruppo dei coprotagonisti per cadenzare il battito della trama come sulla giovialità di un soundtrack pop (Pet shop boys e Britney Spears, tra gli altri), ma soprattutto nel creare una pulsionalità visuale, un ticchettio continuo persistente totalizzante nella giuntura tra un frammento e l’altro un po’ come offrivano Franco Arcalli a Bertolucci o Walter Murch a Coppola. Infine Dolan attore – che pare sarà per un po’ di tempo la sua unica professione – è forse la parte più debole del combinato autoriale. Va bene sì, questa macchia rossa alla Gorbaciov sul viso, a concedere un po’ di insicurezza al suo Maxime che spesso cerca di coprirsela, e addirittura trova in un sogno allo specchio lo sua scomparsa. Ma il gioco del capello ossigenato in un film, della frangetta in quell’altro, della macchia sul viso ancora un’altra volta, copre una performance non (sempre) così abbagliante di Dolan che invece proprio nella controparte del duetto trova un D’Almeida che nel ruolo del ragazzone sofferente per amore omosessuale ci si tuffa come fosse questione di vita o di morte.

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