Esami di Stato 2020, la Maturità incompiuta e viralizzata. Quarto candidato della mattinata, comincia a fare caldo. La commissione mascherata lo ascolta con un certo interesse; è visibilmente emozionato, ma se la sta cavando bene. Anche il commissario collegato in remoto giganteggia sulla lim (lavagna interattiva multimediale) annuendo a sostegno delle parole del giovanotto.

All’improvviso salta tutto: via la connessione, via l’integrità della commissione che, perdendo uno dei suoi membri, deve sospendere i lavori. Il candidato, l’unico smascherato della stanza, sta nel suo angolino davanti al pc e attende istruzioni: è in panico, si vede. Il presidente chiama il tecnico per ripristinare la connessione e far ripartire i lavori, lui arriva e spiega che il problema non è nella rete scolastica, ma nella connessione col provider. In sostanza, il fornitore è out e la commissione anche, insieme a tutte le altre che stanno operando nell’istituto e che hanno uno o più componenti in remoto. Non si sa quando tornerà la linea.

Una commissaria sfodera il suo cellulare, ne fa un hotspot e lo collega al pc in dotazione, quello su cui sta penando il giovanotto sotto il torchio della commissione. Ripristina la connessione col collega in remoto e il colloquio può ripartire. L’interruzione è durata in tutto dieci minuti. Qualche battuta per sdrammatizzare la situazione e si arriva alla fine senza altri intoppi. Mille ringraziamenti a tutti e via col successivo. Il provider riparerà il guasto nell’arco di un’ora circa, la commissaria si riprende il cellulare, gli altri ringraziano.

Giusto lo stesso giorno sui giornali si leggeva del docente romano che, per permettere alla allieva straniera della sua terza media di sostenere l’esame, ha preso l’auto ed è andato a cercarla a casa, l’ha portata al bar e l’ha collegata col suo cellulare alla commissione che pazientemente attendeva in sede. Nessuno dei due docenti si è chiesto chi avrebbe rimborsato benzina o consumo di dati (risposta: nessuno), o chi si sarebbe assunto la responsabilità se qualcosa fosse andato storto (idem).

Si poteva e doveva fare, l’hanno fatto, consapevoli di non essere degli eroi. Gli insegnanti sono così, alcuni storicamente abituati ad arrangiarsi a produrre un servizio di buona qualità facendosi carico anche di deficienze irrisolvibili; altri coerenti con l’andazzo usuale che consiste nel fermarsi davanti a qualunque intoppo, mettendo corpo e anima in stand-by nell’attesa che qualcuno provveda.

Questi e altri ragionamenti proponeva il presidente ai commissari in pausa fuori dall’aula mentre il personale la sanificava in vista del candidato successivo, chiedendo loro che cosa pensassero di questa contraddizione vistosa che i docenti vivono quotidianamente: fare ciò che spetta, che è contrattualmente previsto – astenendosi dall’operare quando gli strumenti e le condizioni non lo consentono –, oppure mettere il benessere dell’allievo e il suo diritto a un servizio di qualità, al centro dell’operare, lanciando il cuore oltre l’ostacolo ogni volta che questo sembra insormontabile.

Un bel dilemma, poi tutti dentro a sentire il candidato successivo. Mentre fuori quello emotivo e interrotto già parla della scuola al passato ai compagni che lo circondano sorridenti.

Già, molti insegnanti sono proprio così, abituati a ingegnarsi, a farsi carico, a provarci, qualche volta ignorati, se non osteggiati da una dirigenza che da almeno vent’anni ha subito una mutazione antropologica, passando dalla direzione e coordinamento della didattica alla gestione di una burocrazia sempre più gonfia di norme paraculo e di procedure costruite per essere sbagliate in qualunque modo le si pratichi. Il tutto imbrigliando i meglio disposti, possibile fonte di guai burocratici e di richiami dall’alto, incoraggiando la passività, l’acriticità, l’esercizio dei diritti senza assunzione di doveri.

Così anche i più determinati si stufano e vanno a ingrossare la schiera dei disillusi impegnandosi al meglio nel costruire relazioni positive che facciano bene all’insegnamento e all’apprendimento, abbandonando la speranza di cambiare la scuola. Qualche responsabilità ce l’hanno anche quelli che fanno di tutta l’erba un fascio, dentro e fuori dalla scuola, così chi ci prova ancora è sconfitto due volte: dalla struttura di comando e dalla scarsa considerazione sociale per il lavoro che svolge. Così, come in genere tutti i dipendenti pubblici – sensibili più di altri alla direzione del vento che spira nei cieli del paese -, il grosso si adegua, lasciando a sbattersi quelli (un po’ fanatici?) che non si arrendono nemmeno davanti al plotone di esecuzione.

In un’estate in cui tutti parlano e nessuno fa nulla – neanche le tettoie per ospitare le sbandierate lezioni all’aperto da settembre in poi, figuriamoci il resto – i dirigenti scolastici cominciano a capire che stavolta i capri espiatori saranno loro: dovranno affrontare una situazione totalmente sconosciuta e applicare protocolli pieni di incognite, adattandoli a locali, utenza, calendario e necessità del tutto originali. E dovranno risponderne: infatti sono già sul piede di guerra.

Nel mentre la scuola va avanti lo stesso, sempre più prosciugata di energie e slanci, dimostrando di saper funzionare perfino come istituzione-pilota della riapertura, delle prescrizioni del Comitato Tecnico Scientifico ministeriale e dei buchi delle grandi compagnie telefoniche nostrane. Ma perde potenza e capacità, proprio quando sarebbe il caso che le ritrovasse per essere uno dei motori della ripartenza del paese.

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