È stata presentata stamattina, in occasione della Giornata internazionale per le vittime di tortura che cade ogni 26 giugno, la Relazione annuale al Parlamento del Garante nazionale delle persone private della libertà personale. Il collegio del Garante, presieduto da Mauro Palma, ha scelto l’Università Roma Tre quale sede della presentazione, che è avvenuta alla presenza di un numero ristretto di persone e che altrimenti era ascoltabile in streaming.

Come ogni anno la presentazione è stata capace di informare e di far riflettere in maniera puntuale e profonda, e la Relazione si annuncia come una lettura di rara forza, sia per la completezza dei dati e delle informazioni che convoglia sui luoghi di privazione della libertà (in ambito penale così come delle migrazioni e sanitario), sia per la complessità delle riflessioni che propone – quest’anno essenzialmente legate alle connotazioni del concetto di persona e alle sue declinazioni in contesti di restrizione della libertà – capaci sempre di interrogarci su nuove prospettive dalle quali guardare il mondo che ci circonda.

Non è facile guardare alla presentazione di oggi senza affiancarla all’intervista che Mauro Palma ha rilasciato a Repubblica per essere pubblicata in questa stessa giornata. Una frase in particolare riassume la linearità del pensiero che guida il lavoro del Garante: quando la giornalista sostiene che la Costituzione, con il suo affermare la finalità rieducativa e non vendicativa della pena, non dovrebbe valere per chi si è macchiato di crimini gravissimi, Palma risponde di non essere d’accordo poiché “la Carta vale per tutti. Ma spetta a noi saper tradurre i suoi principi in un sistema sicuro, rigoroso, ma che non la tradisca”.

La previsione, di matrice internazionale, di un sistema di garanzia anche per chi si trova in carcere nasce proprio da questa consapevolezza che ogni democrazia dovrebbe avere. I diritti valgono per tutti e questa è la forza, non la debolezza, di uno Stato democratico. Garantire i diritti non è mai in contraddizione con la sicurezza collettiva.

La Relazione mostra come l’emergenza sanitaria abbia portato a galla carenze e criticità del sistema carcerario italiano che ben la precedevano, a partire dal sovraffollamento e dal degrado delle strutture penitenziarie per arrivare all’inadeguatezza dell’offerta sanitaria in carcere.

Quanto al primo punto, il Garante riporta come oggi 3.141 detenuti stiano scontando una pena inflitta (non dunque un residuo di pena) inferiore a due anni, di cui 867 inferiore addirittura a un anno. Persone che hanno commesso reati bagatellari e che per il carcere avrebbero potuto non passare, qualora fossero stati presi in carico direttamente dal sistema di esecuzione penale esterna con un grande risparmio per la collettività in termini di soldi e di potenzialità di reintegrazione sociale.

Vi sono inoltre ben 13.661 detenuti che presentano una pena residua minore di due anni e che potrebbero avere accesso alle misure alternative al carcere. Le misure alternative non sono la libertà: sono una forma diversa di scontare la pena, sempre sotto il pieno controllo delle autorità pubbliche. Il Garante nota come questo dato faccia emergere una dimensione ‘classista’ del sistema ordinamentale. Antigone ha più volte mostrato come l’accesso alle misure alternative venga permesso quasi solo a chi ha un domicilio stabile, una rete parentale di sostegno, i soldi per pagare un buon avvocato.

Il Garante nazionale è stato, nei giorni dell’emergenza Covid, la sola fonte di informazione verso il mondo esterno su quanto stava accadendo dentro le mura delle carceri italiane. Oggi ci presenta un quadro quantitativo e qualitativo completo rispetto alle presenze (oggi nuovamente in crescita rispetto ai tempi del lockdown), ai contagi, alla presa in carico sanitaria, al dramma delle rivolte.

Su queste ultime afferma esplicitamente che sono nate da un errore nella comunicazione che ha fatto immaginare che il decreto di marzo preparasse per la popolazione detenuta una chiusura totale verso ogni forma di contatto con i propri cari. La mafia non c’entra nell’organizzazione dei disordini.

A chiunque abbia davvero a cuore il dato di realtà e non lo slogan o lo stereotipo su un tema ostico come quello del carcere consiglio di aprire la Relazione del Garante e di immergersi in quelle pagine di igiene mentale.

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