Cassa Depositi e Prestiti socio di maggioranza di Tim? L’idea non appassiona Piazza Affari dove il titolo dell’ex monopolista resta inchiodato alla parità (-0,05%). Segno che sono in pochi a credere che Cdp possa mettere mano al portafoglio lanciandosi in una costosissima avventura che rischierebbe anche di far scattare un‘offerta pubblica di acquisto. Detta in altri termini, l’ipotesi prospettata da Beppe Grillo non sfonda. Anche a dispetto del fatto che il premier Giuseppe Conte la ritenga “una buona idea nonché uno dei percorsi che stiamo valutando e sicuramente una delle modalità che potrebbero essere sperimentate”, come ha spiegato rispondendo in diretta al direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez e al vicedirettore Simone Ceriotti.

In compenso le parole del garante del Movimento 5 Stelle hanno fatto scattare un duro botta e risposta con Open Fiber che, per Grillo, sarebbe un “completo fallimento”. Senza contare poi anche la reazione di Fratelli d’Italia con il senatore Alessio Butti che ricorda come il Parlamento si sia già espresso in favore di una rete pubblica, unica e destinata a servire solo gli operatori (wholesale only), non anche i clienti.

“Ci sembra chiaro che Grillo è stato male informato. Se davvero si trattasse di un progetto fallimentare, Open Fiber non incasserebbe una dietro l’altra partnership di peso – Vodafone, WindTre, Fastweb, Tiscali, Sky, Orange, solo per citarne alcune – con soggetti di grandissimo livello sia nazionale, sia internazionale che scelgono di puntare sulla fibra fino a casa (Fiber To The Home) di ultima generazione”, fa sapere l’azienda controllata da Enel e da Cassa Depositi e Prestiti. “C’è ancora tanto da fare, certamente. Ma non c’è dubbio che quello di Open Fiber sia un progetto strategico che, se non supportato, vorremmo almeno non fosse denigrato. L’obiettivo della realizzazione di una rete interamente in fibra ottica per tutti gli italiani – precisa la società – è troppo importante e complesso per essere alimentato a colpi di fake news”.

Nata nel dicembre 2015, Open Fiber si è aggiudicata tutte le gare pubbliche, indette da Infratel, per posare la fibra nelle aree meno redditizie del Paese. L’avanzamento dei lavori è andato avanti estremamente a rilento. Anche per via dei ricorsi intentati dalla diretta concorrente Tim, dei ritardi nel rilascio di autorizzazioni da parte degli enti locali e della lentezza nei collaudi. “Il gruppo ha vinto tutte le gare pubbliche perché il suo progetto è stato giudicato il migliore, ha una quota di fibra più elevata e impiega meno soldi pubblici dei progetti respinti – ha fatto sapere Open Fiber – Inoltre, le uniche duplicazioni esistenti sono state fatte da Tim con il progetto Cassiopea, per il quale è anche stata sanzionata con una multa da 116 milioni dall’Antitrust il 6 marzo 2020”.

Nel dettaglio, il modello di Open Fiber prevede che l’azienda venda fibra solo a tutti gli operatori che ne facciano richiesta mettendo quindi tutte le aziende di telecomunicazioni in analoghe condizioni di partenza. “Open Fiber non fa concorrenza a tutti gli operatori tradizionali”, ma solo a Tim come ha puntualizzato l’azienda guidata da Elisabetta Ripa. L’ex monopolista è infatti l‘unico a possedere una rete di telecomunicazioni mista fibra e rame ed è per questo l’unico rivale diretto di Open Fiber. Non a caso, del resto, i gruppi rivali di Tim “hanno annunciato che contrasteranno un ritorno a un monopolio verticalmente integrato con tutti gli strumenti a loro disposizione” come ha spiegato Open Fiber.

Tim invece vorrebbe poter avere il controllo della nuova rete in fibra che le consentirebbe di incassare abbastanza denaro per ripagare i vecchi debiti. Di qui il tentativo di coinvolgere nella partita il fondo Kkr proprio mentre il gruppo australiano Macquarie si faceva avanti con una proposta all’Enel per comprare la quota di Open Fiber in suo possesso. Casualmente proprio lo stesso fondo che è una vecchia conoscenza dei Benetton e che vorrebbe anche entrare nella partita Autostrade per l’Italia.

Intanto sia Open Fiber che Tim stanno continuando ad investire nelle reti di nuova generazione. Con la prima che, sulla base dell’estensione della rete, rivendica di avere “l’unica autostrada digitale del Paese”. E promette di connettere entro la fine del 2022 il 92% delle unità immobiliari previste nel piano per la banda ultralarga (BUL) riportando l’orologio indietro a prima della privatizzazione di Telecom. E cioè a quando le reti di telecomunicazioni italiane vennero costruite con soldi pubblici ed erano di proprietà dello Stato. Politica permettendo, naturalmente.

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