“La nostra storia inizia quando il premier australiano Scott Morrison, in un discorso alla nazione dello scorso 3 aprile, ha detto, rivolto a tutti noi: ‘It’s time to go home’. Tutto questo non era accettabile”. Matteo Salvadego è arrivato a Melbourne 5 anni fa e poco dopo ha aderito all’organizzazione no-profit Nomit, fondata da expat italiani in Australia e di cui oggi è segretario. Durante l’emergenza coronavirus l’associazione ha lanciato una raccolta fondi per aiutare i tanti giovani connazionali “che avevano perso il lavoro e rischiavano di trovarsi in situazioni di forte disagio. In 3 mesi – racconta – siamo riusciti a raccogliere risorse per oltre 60mila dollari, mentre le istituzioni restavano a guardare”.

La raccolta fondi (fatta sull’emittente locale in lingua italiana Rete Italia, in collaborazione con la Fondazione Caritatevole Padre Atanasio Gonelli di Sydney) e il progetto di microcredito “più che un’idea sono una previsione – spiega Matteo a ilfattoquotidiano.it –. L’Australia ha una strategia di gestione dell’immigrazione quasi completamente impostata sulla precarietà del sistema dei visti, che non varia al cambiare dell’orientamento politico dei diversi governi. Il 35% della forza lavoro del Paese è precaria. In pratica si vuole far crescere la popolazione australiana attraendo lavoratori qualificati da Paesi culturalmente simili, ma senza garantire a tutti uguali diritti”. L’associazione nasce dalla consapevolezza “che anche in Australia esistono categorie di invisibili e dalla necessità di riscattarli e riscattarci”.

Nella gestione dell’epidemia il governo australiano “non ha avuto lo stesso atteggiamento negazionista e superficiale di altri Paesi anglosassoni”, continua il segretario di Nomit. La distanza dal resto del mondo e la bassa densità della popolazione hanno aiutato a contenere il problema, contando finora poco più di 100 morti e 7.400 casi accertati. Di fronte alla crisi economica, però, il governo ha “distinto nettamente tra i cittadini australiani o residenti permanenti e tutti gli altri. I primi hanno ricevuto aiuti significativi, mentre gli altri sono stati lasciati soli e in alcuni casi esplicitamente invitati ad andarsene”, racconta Matteo, amareggiato.

Il 13 aprile è partita la raccolta fondi. Da lì è nato il progetto “Lampo“, un bonifico bancario di 100 dollari australiani per dare supporto finanziario a tutti quegli italiani di ogni età che, non avendo un visto permanente, erano rimasti esclusi dagli aiuti. “Poi però abbiamo ragionato su situazioni più complesse, con uno strumento più ambizioso. Lo abbiamo chiamato “Mano”, acronimo di Mutuo Aiuto No Obbligazioni – spiega Matteo –. Si tratta di un prestito gratuito di 500 dollari australiani che eroghiamo senza garanzie, vincoli o interesse, sulla fiducia”. Chi lo riceve si impegna a restituirlo quando il peggio sarà passato, quando la sua situazione lavorativa si sarà migliore, “senza pressioni”.

Al 17 giugno sono stati consegnati 165 aiuti “Lampo” (donazioni di 100 dollari australiani) e attivati 42 “Mano” (prestiti da 500 dollari), “ma le persone che abbiamo assistito sono oltre 200 – spiegano i volontari –, arrivando a erogare finora circa 37mila dollari”.

Molti dei ragazzi con cui Nomit è venuta in contatto in queste settimane utilizzano i micro-prestiti per far fronte a pagamenti essenziali e impellenti di vitto, alloggio, salute, lavoro e studio. Raccontano di esser trattati “come persone di serie B”. “Sono arrivati rispettando le regole e le condizioni imposte dalla legge. Hanno tra i 20 e i 40 anni, alcuni sono qui da tempo, pagano regolarmente le tasse. E ora si sentono abbandonati”.

Per questi ragazzi a 24 ore di volo da casa, fuori dall’area Schengen e dai diritti della Comunità europea, “tutto è più difficile” e il supporto delle istituzioni italiane in Australia diventa così un punto di riferimento. Quanto è stato fatto, però, “non sarebbe stato possibile senza il sostegno di una parte della comunità italiana – aggiunge Matteo –, che ha dimostrato una solidarietà di cui andare fieri”.

Per alcuni questa esperienza in Australia è solo una parentesi, per altri sarà il destino di tutta la vita. “Vivendo qui si capisce quanto il mondo sia aperto e interconnesso – raccontano –, quanto sia davvero difficile immaginare di vivere tutta la vita in un solo Paese. O in due”. Nei prossimi mesi Matteo e gli altri volontari continueranno ad aiutare chi ne avrà bisogno, “cercando anche ulteriori fondi”, perché anche se la fase acuta dell’emergenza sembra passata “le sue ripercussioni dureranno ancora”. Il progetto? Di fronte a un Paese come l’Australia, fondato sulle migrazioni, “noi abbiamo solo applicato quello che sta scritto nella nostra Costituzione: principio di solidarietà, sussidiarietà, mutualismo. Abbiamo semplicemente fatto i cittadini italiani”.

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