La procura generale di Torino è certa: i manager tedeschi della ThyssenKrupp, quelli condannati per la morte dei sette operai dopo il rogo nello stabilimento torinese il 6 dicembre 2007, non potranno ottenere la semilibertà e dovranno scontare 5 anni di carcere, pena massima prevista in Germania per i reati contestati in Italia. “L’esecuzione è imminente e sarà carceraria”, ha detto il procuratore generale Francesco Saluzzo che nei giorni scorsi ha interpellato Eurojust, l’agenzia dell’Unione europea per la cooperazione tra gli Stati in materia di giustizia penale, chiedendo se per Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz sia possibile ottenere una misura alternativa alla detenzione.

I due manager del colosso dell’acciaio sono stati condannati in via definitiva il 13 maggio 2016 per omicidio colposo, incendio doloso e omissioni di misure antinfortunistiche. Il primo, ex amministratore delegato della ThyssenKrupp Acciai Speciali, aveva ottenuto in Italia una pena di 9 anni e 8 mesi. Al secondo, un alto dirigente, era stata inflitta una condanna a 6 anni e 10 mesi. A differenza dei loro colleghi italiani, che sono entrati in carcere il giorno dopo il verdetto della Cassazione, per i tedeschi è stato necessario avviare le procedure affinché potessero scontare la condanna nelle carceri tedesche. Una decisione arrivata soltanto all’inizio del 2020, dopo molti passaggi tra palazzi di giustizia, ministeri e ambasciate. “Il 23 gennaio 2020 l’Alta corte di Hamm ha rigettato l’impugnazione presentata da Priegnitz ed Espenhahn contro le decisioni del febbraio 2019 del giudice dell’esecuzione del tribunale di Essen che aveva riconosciuto l’efficacia della sentenza della Corte d’assise d’appello di Torino nel 2015”, ha riepilogato Saluzzo.

A quel punto, però, s’è frapposto un nuovo ostacolo alla ricerca di giustizia dei familiari delle sette vittime, che attendono l’esecuzione della pena. “Doveva essere emesso già nel mese di marzo, ma l’invio della comunicazione è stato ritardato dall’epidemia e non è dato conoscere quando benché le autorità italiane abbiano avanzato l’apposita richiesta – ha aggiunto Saluzzo – L’autorità giudiziaria tedesca deve ancora emettere e notificare il formale avviso” con tutte le informazioni sulla detenzione. Secondo il magistrato, è questione di “giorni o un paio di settimane”: “È un’esecuzione senza condizioni, con modalità carcerarie. Non ci sono prospettazioni di modalità alternative”. Lo ribadisce perché a fine maggio la portavoce della procura di Essen aveva informato Radio Colonia, emittente del Nord Reno-Westfalia, che i due avevano chiesto una misura detentiva simile alla semilibertà sulla base del loro contratto di lavoro con la ThyssenKrupp: se la loro richiesta fosse accolta, potrebbero uscire dal carcere il giorno, rientrare in cella la notte (con una sorveglianza leggera) e passare i weekend in famiglia.

Secondo quanto appreso da Saluzzo, tutto ciò non sarebbe possibile. La detenzione può essere interrotta o sospesa soltanto in condizioni di salute “assolutamente incompatibili con la condizione di restrizione carceraria” e questa situazione “non risulta agli atti”. Le misure alternative, aggiunge Saluzzo sulla base delle informazioni ottenute, sono possibili soltanto dopo aver scontato i due terzi della pena inflitta, mentre la libertà vigilata è prevista soltanto dopo la metà della pena e se c’è stata una buona condotta. “La giustizia che volevamo noi non è questa, la vera giustizia ce la darà Dio – dichiara all’Ansa Rosina Platì, mamma di Giuseppe De Masi, uno dei sette operai morti nel rogo della Thyssen, ormai stanca ma ancora arrabbiata – Li vogliamo vedere in carcere davvero. Troppe volte ci hanno dato questa notizia e non sono mai entrati”.

Oltre a De Masi, rimasero vittime del rogo Antonio Schiavone, il primo a morire alle 4 del mattino per le ferite riportate durante l’incidente, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino, spirati lentamente dal 7 al 30 dicembre del 2007 per le gravissime ustioni riportate. Quella notte allo scoppio del rogo i sette operai, insieme al collega Antonio Boccuzzi, l’unico sopravvissuto e poi deputato del Pd, avevano tentato di spegnere le fiamme, ma ogni loro sforzo era stato inutile: nonostante i frequenti incendi sulla linea 5, gli estintori erano quasi vuoti, le manichette di acqua inutili, l’impianto non era adeguato perché il management sapeva che lo stabilimento sarebbe stato chiuso.

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