L’America seppellisce oggi a Houston George Floyd, ma non archivia certo la questione razzismo. Il presidente Donald Trump ha fretta di chiudere capitoli per lui negativi – pandemia, recessione, proteste – e di tornare a fare comizi e campagna, in vista dell’Election Day il 3 novembre, ma queste due settimane di cortei e manifestazioni segnano l’estate 2020 degli Stati Uniti e possono essere uno spartiacque nella competizione elettorale.

Il razzismo è stato una ferita aperta nella società americana più negli anni della presidenza Obama che in quelli della presidenza Trump: può parere un’assurdità, ma è proprio così; e c’è una logica. Con Barack Obama alla Casa Bianca, il primo presidente nero degli Stati Uniti, i neri si sentivano, di per sé, rappresentati e tutelati, pur se le loro aspettative non sempre trovavano un riscontro; invece, suprematisti e razzisti rimuginavano rabbia e frustrazione e talora la sfogavamo, se erano poliziotti, ammazzando neri disarmati. Una lista incredibilmente lunga: da Treyvon Martin, ragazzino della Florida che “poteva essere mio figlio”, disse Obama nel 2012, a Michael Brown, diciottenne ucciso a Ferguson, Missouri nel 2014, la cui morte aprì un’estate di tensioni razziali; e poi ancora Alton Sterling, Philando Castile e numerosi altri.

Poi, s’insediò alla Casa Bianca Donald Trump. Definirlo razzista e/o suprematista è forse improprio, ma il magnate ha in razzisti, suprematisti, rednecks, fondamentalisti evangelici, maschi bianchi più o meno alfa – muscolarmente, non intellettualmente – una sua esclusiva constituency elettorale: nessun candidato democratico può, e vuole, contendergliela. A questo punto, loro, dai benpensanti alla ‘The Help’ alla Alt-right, si sono sentiti garantiti dal presidente; e gli afro-americani, il 13% circa della popolazione, 40 milioni di persone, hanno capito che tirava brutta aria e hanno, magari inconsapevolmente, ridimensionato attese e aspettative.

Non ha sempre funzionato tutto bene: nell’agosto del 2017, quando, dopo incidenti a Charlottesville in Virginia, Trump mise sullo stesso piano i neo-nazisti e i neri che li contestavano – ci fu una morta fra gli afro-americani -, la tensione crebbe. Ma fino al 25 maggio, cioè fin quando Derek Chauvin e tre suoi colleghi poliziotti non hanno fermato a Minneapolis Floyd, un nero di 46 anni, e, senza esserne stati provocati o aggrediti, l’hanno sbattuto a terra e l’hanno tenuto lì fermo con il ginocchio sul collo per 8minuti e 46 secondi, mentre lui rantolava ‘I can’t breathe’, non riesco a respirare, questa pareva un’estate americana votata alla pandemia e alla recessione, non alle tensioni razziali.

Eppure, spunti non erano mancati: uno fra tutti, il 13 marzo, Breonna Taylor, paramedico d’emergenza, 26 anni, nera, era stata uccisa da agenti di polizia di Louisville, che avevano fatto irruzione in casa sua mentre lei dormiva alla ricerca di un sospetto che era già in carcere.

A fare esplodere la rabbia dei neri d’America, che s’è estesa oltre la comunità afro-americana, e che ha avuto riflessi mondiali, perché il razzismo va combattuto ovunque s’annidi, è stato sicuramente un cumulo di fattori: l’atrocità del video dell’uccisione di Floyd e l’assurda futilità della sua morte; le tensioni e le ansie della situazione sanitaria – gli Stati Uniti sono il Paese al mondo con più casi e più vittime da coronavirus e la comunità nera è la più colpita; le preoccupazioni economiche, circa 40 milioni di posti di lavoro perduti tra marzo e aprile e i neri finora esclusi dagli accenni di ripresa a maggio.

Sono tutti fattori che concorrono a infiammare l’Unione per due settimane, proteste, manifestazioni, cortei, violenze, incendi, saccheggi, altre vittime. Le autorità locali hanno spesso saputo creare dialogo e condivisione con i milioni di americani di ogni colore scesi in piazza: si sono visti sindaci e capi della polizia inginocchiati insieme ai manifestanti. L’Amministrazione federale ha invece sciorinato tutti gli strumenti della repressione.

Trump ha colto il momento per proclamarsi presidente Law&Order, riesumando uno slogan politico che fu di Richard Nixon e di Ronald Reagan tra gli anni Sessanta e Settanta: ha eretto un muro davanti alla Casa Bianca, come se dovesse proteggersi dagli americani – è stata l’ironia dei social; ha schierato la Guardia Nazionale in assetto di guerra davanti al Memoriale di Abraham Lincoln, come se il presidente anti-schiavista dovesse temere un pacifico corteo anti-razzista; ha evocato l’utilizzo dell’esercito contro i manifestanti – bloccato a questo punto dal Pentagono e dai generali.

Nell’America nera, e in quella liberal, la tentazione del ‘vote him away‘, cacciarlo via con il voto, cresce con l’avvicinarsi dell’Election Day, il 3 novembre. E contagia l’America dei conservatori tradizionali e moderati, repubblicani, ma ‘anti-Trump’. I sondaggi indicano che il mix pandemia, recessione, tensioni razziali danneggia per il momento il magnate presidente e favorisce il suo rivale Joe Biden, che si vede poco e fa meno, ma è avanti di dieci e persino di 14 punti nelle preferenze degli elettori.

Ma lo ‘zoccolo duro’ di Trump è più solido di quello di Biden: c’è una fetta d’America che lo voterà qualsiasi cosa faccia o dica (e che non voterà mai Biden, che vuol dire l’establishment, la politica e l’odiato ‘big Government’); e c’è una fetta d’America che non voterà mai il magnate, ma che può mettere in discussione Biden per un giudizio mal espresso, perché troppo di centro e non abbastanza di sinistra, perché non è Obama e non è Bernie Sanders, il senatore ‘socialista’ che gli ha conteso fino ad aprile la nomination.

150 giorni al voto, un’unica certezza: Trump, per non essere battuto, le proverà tutte, colpi bassi e ‘armi di distrazione di massa’.

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