Non è vero che dopo I Padri e i vinti non puoi leggere più niente. Prima di noi di Giorgio Fontana (Sellerio) è un’altra epopea familiare che agglomera altrettanto coraggiosamente il Novecento italiano, dilatando inizio e fine racconto tra la fuga dalle trincee della prima guerra mondiale in Friuli e la depressione da psicofarmaci nella Milano degli anni duemila. Arco temporale amplissimo e teso, struttura molecolare che ricorre fortemente al dialogo fitto tra protagonisti principali, scrittura limpida e vezzosa, il romanzo di Fontana pulsa e si incupisce attorno al tormento interiore e al desiderio di fuga dalla realtà soggiacente nei diversi componenti delle tre generazioni della famiglia Sartori ma che mai tende a realizzarsi. Da Maurizio, fante disertore sul Tagliamento, ai figli Renzo e Gabriele (operaio ed insegnante nel dopoguerra lombardo), passando dai tanti nipoti che vivono la ribellione politica, sessuale e culturale anni sessanta/settanta con classica disillusione, fino ai bisnipoti immersi tra musica metal, fumetti e lavoretti saltuari di inizio duemila. Lo scandaglio antropologico è ragionato, sfaccettato, mutevole. Il taglio del discorso, legato alla faticosa osmosi tra aspettative personali e scorrere del tempo, ricorda più la poetica del cinematografico Reitz di Heimat che la letteratura di Mann ne I Buddenbrook. L’utilizzo dei riferimenti “alti” – la lettura dei classici, per dirne uno – gocciola pervicacemente nell’affresco corale che invece vuole anche volare “basso” tra fabbriche e periferie, nebbie e contadini. Solo che Prima di noi ha alcuni piccoli difetti. Problemi che non ne inficiano totalmente il valore generale, ma che ne evidenziano semmai un andamento intermittente (sono anche 882 pagine…). Ci sono momenti di altissima letteratura (la vicenda di Davide il fotografo, ad esempio, è un romanzo mostruoso e potente, fatto e finito di per sé, peccato) che incrociano spesso le piste di personaggi femminili non particolarmente ispirati. La robustezza del racconto negli stralci del passato remoto ha più mordente realistico rispetto a quelli ambientati in un pallido e meccanico presente. Quel bianciardismo antiindustriale che sembra sbucare improvviso (la metafora della “michetta” è calzante) si scioglie poi in un tentativo di compattarsi sotto una eterea milanesità borghese modello Fedeltà. Solo che se Missiroli nel descrivere un vassoio di mignon della pasticceria Cova riusciva a pennellare ascissa e ordinata di aspettative e differenze di classe tra generazioni, Fontana sembra come saltellarci sempre attorno senza voler davvero scavare nel profondo se non di fronte alla malattia o disgrazia dei singoli. Insomma, l’impressione è che si consumi più attenzione a contemplare il disegno generale dell’opera che a sbatterne emotivamente frammenti indimenticabili sotto al naso del lettore. Voto (comunque alto): 7,5

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Lo Scaffale dei libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti alle epopee familiari di Giovanni Mastrangelo, Giorgio Fontana, Gian Arturo Ferrari

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