Di certo il nostro enorme debito pubblico aumenterà, e molto. L’Europa ci eviterà il default principalmente garantendo i nostri creditori (cosa importantissima), ma non farà grandi regali a chi ha dimostrato di esser sì capace di risparmiare un po’ (il nostro debito al netto degli interessi è diminuito), ma non di crescere.

Il mito che abbiamo speso troppo poco per colpa dei vincoli europei è, appunto, un mito: spendere di più aumenta da subito il debito, e forse, dopo, se diventiamo virtuosissimi, cresciamo, e così crescono le entrate fiscali per pagare i debiti. Ma chi ci presta un sacco di soldi scommettendo su questo “forse”?

Allora per pagare i debiti bisogna crescere, cioè produrre di più. Ci sono diverse ricette sul tavolo. La prima è far produrre di più le imprese. Si può fare in diversi modi: dandogli direttamente soldi o prestandoglieli o diminuendogli le tasse o entrando direttamente con capitali pubblici nel loro capitale (e addio concorrenza, così faremmo davvero un balzo all’indietro). Il problema è che se le prospettive del mercato sono negative, le imprese non investono o portano i soldi altrove. Gli si può imporre degli obblighi, ma funzionano poco, investono “per finta”, è successo per molti aiuti al Mezzogiorno. E dare soldi dei contribuenti a dei privati con il rischio che se li imboschino è un bel problema, anche etico. Tra le alternative, comunque togliere le tasse evita di premiare gli evasori, ed è un aspetto importante.

Ma per far lavorare le imprese c’è un altro modo: far piani di investimenti pubblici, cioè creare domanda di prodotti industriali. Anche qui ci sono problemi: lo Stato italiano ha dato finora pessime prove in questo campo, con spese clientelari e salvataggi di imprese decotte (si veda l’Alitalia, l’Ilva, le ferrovie che prendono 12 miliardi all’anno per portare pochissime merci e persone, l’alluminio e il carbone in Sardegna, ecc.). L’Iri era partita bene, ma è finita malissimo.

Cioè occorre che gli investimenti pubblici siano almeno altrettanto capaci di quelli privati di far crescere l’economia, generando risorse per pagare i debiti.

Ma questa è anche una crisi di domanda di beni di consumo, e occorre a breve sostenere anche quella, dando soldi alle famiglie (anche per sacrosante ragioni sociali). Bisognerà capire bene quali dei due interventi funzioni meglio per crescere, ricordando che le imprese hanno mezzi per strillare di più, mentre le famiglie portano più voti. Bisognerà avere nervi saldi, e far bene i conti. E in una situazione di così forte incertezza assume un valore enorme la flessibilità e la rapidità degli interventi.

Riassumiamo: soldi alle famiglie o alle imprese, e per queste ultime, soldi diretti o via investimenti pubblici.

Vediamo ora che caratteristiche dovrebbe avere il piano di investimenti, da tener pronto se le imprese non si muovono.

Far l’elenco è facile: flessibilità e rapidità in primo luogo, poi contenuti tecnologici (altrimenti l’impatto non è duraturo), occupazione a breve (anche per ridurre il costo del welfare diretto), concrete possibilità di ritorni economici per lo Stato. Questo è importante per due motivi: riduce il costo per le casse pubbliche ed è garanzia che quanto viene prodotto è utile (sappiamo che far cose inutili è uno dei rischi degli investimenti pubblici). Avere valenze ambientali oggi sarebbe un lusso (siamo già tra i più “virtuosi” tra i paesi sviluppati), ma è un valore aggiunto. E’ opportuno che comunque il piano stimoli la concorrenza, che è il principale motore della crescita.

Si può tentare due esempi, evidenziandone le valenze:

Ristrutturazione ambientale degli edifici (rapidità dei risultati-occupazione-tecnologia-ritorni finanziari-ambiente. Il governo si sta già muovendo con dei bonus)

Punti di rifornimento per veicoli elettrici su tutta la rete stradale (rapidità dei risultati-tecnologia-ambiente-ritorni finanziari)

La logica è crudele, se si ha come obiettivo la crescita in tempi brevi: chi non previlegerebbe la scuola, la sanità, la valorizzazione dei beni artistici, la manutenzione di infrastrutture e territorio, l’informatizzazione delle amministrazioni e dell’istruzione, e la ricerca scientifica? Ma per la crescita hanno impatti troppo lontani, e nessun ritorno finanziario diretto.

In un quadro così incerto, c’è però una solida certezza: bloccare il piano di grandi opere sul tavolo, soprattutto ferroviarie, da 70 (o 100) miliardi che il governo ha in mente, con il plauso di Confindustria e dell’opposizione. Si pensa anche, “per evitare lacci e lacciuoli”, di ricorrere al “modello Genova”, cioè senza gare. Tutto tra amici, tutti ovviamente italiani. Qui le caratteristiche che avevamo citato mancano davvero tutte: poca occupazione per Euro speso, niente tecnologia, nessun ritorno finanziario (e domanda in sicuro calo), danni ambientali, e in più, tempi lunghi. Ma, come si è detto, si farebbero contenti tanti amici…

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