Lavorare da casa fa bene? Di certo può generare risparmi per i datori di lavoro, tagliando i costi degli uffici tradizionali. Ma che cosa accade alle tasche del lavoratore, al suo benessere e a quello della sua famiglia? E soprattutto chi vigila sulla sicurezza dei luoghi e sul rispetto degli orari previsti oggi per lo smartworking? O degli obiettivi che si vorrebbero introdurre in futuro? Sono questi tutti interrogativi aperti dopo che il Covid-19 ha catapultato milioni di dipendenti pubblici e privati nel mondo del lavoro in remoto. Con il rischio di fondo che, ideato come strumento positivo di flessibilità, lo smartworking possa trasformarsi in una trappola infernale da tecnostress. Senza peraltro alcuna vigilanza per assenza di norme ad hoc e problemi di privacy.

Finora infatti lo smartworking è stato solo una piccola nicchia. L’ultima indagine dell’Osservatorio smartworking del Politecnico di Milano (ottobre 2019) registrava in Italia la presenza di 570mila smartworker, cioè lavoratori che svolgono parte dell’attività al di fuori dell’ufficio, in modalità flessibile, a parità di orario e stipendio. A giudicare dallo storico registrato dall’Osservatorio, gli smartworker pre-Covid-19 sono soddisfatti della loro scelta pur lamentando difficoltà come la percezione di isolamento (35%), le distrazioni esterne (21%), i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale (11%) e la barriera tecnologica (11%).

Intanto l’avvento dell‘industria 4.0, che facilita lo smartworking, ha portato in dote un aumento delle patologie da stress. “Negli ultimi anni, dal punto di vista della salute sul lavoro, accanto alle patologie tradizionali, abbiamo registrato l’aumento delle problematiche legate alla salute mentale, cioè all’equilibrio psicofisico, a fattori psicosociali di rischio lavorativo che ha identificato anche l’Inail”, spiega Umberto Candura, presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma). La colpa non è naturalmente dello smartworking, ma di un cambiamento epocale legato a doppio filo con la smaterializzazione dei luoghi di lavoro. “Alcuni giuristi hanno parlato di “non luoghi” – prosegue Candura – perché se con il telelavoro c’era la possibilità di effettuare dei controlli sul posto destinato all’attività, con lo smartworking questo non è più possibile perché teoricamente la prestazione lavorativa può essere svolta ovunque”. Dall’abitazione all’ufficio in condivisione per arrivare anche alla hall dell’albergo o al sedile del treno. Ovunque è possibile connettersi perché sono ormai saltati buona parte degli schemi tradizionali legati alla fabbrica e all’ufficio. “Ecco perché la stessa legge sullo smartworking indica, oltre alla necessità di un intervento informativo e formativo, l’esigenza di una estrema collaborazione fra lavoratore e impresa. Non basta più l’approccio pragmatico di tutela unilaterale”, precisa Candura.

Non esiste peraltro un sistema di controlli su eventuali abusi subiti da lavoratori in smartworking. Tecnicamente le verifiche sono possibili attraverso i numeri di telefono e la posta aziendale, oltre che via indirizzi IP usati per la connessione ad Internet. Tutto è infatti tracciabile e tracciato. Ma, al momento, l‘Ispettorato del lavoro non ha un nucleo di vigilanza “digitale” impegnato su questo fronte. Inoltre lo smartworking avviene spesso e volentieri in un domicilio privato dove è possibile accedere solo su richiesta e previo consenso del diretto interessato. “Personalmente mi sono reso conto che in questi due mesi ho lavorato molto di più– riprende il dottor Candura – Sono lieto di aver dato il mio contributo per consentire ai lavoratori fragili che dovevano rientrare in azienda. Ma ho sperimentato come lo smartworker possa subire alcune ricadute negative da aspetti come la flessibilità dell’orario, il rischio del cosiddetto tecnostress che oggi è preso a paradigma dell’effetto della iperconnessione del lavoratore”. Come fare allora a superare questi rischi? “Secondo la mia esperienza, c’è un discorso di pianificazione, organizzazione preventiva. La legge stessa del resto prevede una condivisione fra le parti sociali sulle modalità con cui avviene lo smartworking”.

Così sul fronte sindacale il terreno di confronto è diventato essenzialmente il diritto alla disconnessione. “In linea generale, siamo favorevoli al lavoro agile – spiega Livia Ricciardi del Dipartimento del Lavoro della Cisl – Ma è fondamentale garantire ai lavoratori il diritto alla disconnessione (cioè a non essere sempre reperibile, ndr), oltre alla sicurezza sul lavoro. Con la pandemia, per forza di cose, sono stati superati gli accordi individuali e aziendali con i dettagli dell’attività da svolgere. Non vorremmo però che questa eccezione diventasse la regola”. Inoltre, secondo la Cub ci sono anche altre due questioni aperte. La prima è che “l’ampia diffusione del lavoro da remoto rischia l’atomizzazione delle relazioni sociali, con buona pace delle lotte collettive” come precisa Antonio Amoroso della segreteria nazionale Cub. La seconda è che “la tanto decantata flessibilità del lavoro agile, liquidando di fatto i limiti di orari della prestazione, estende l’impegno all’intera giornata, imponendo sovrapposizioni al lavoro domestico e di cura dei figli in spazi abitativi non adeguati. Con il rischio dell’amplificarsi della discriminazione di genere e un’inaccettabile segregazione nelle mura domestiche”, conclude il sindacalista. Su questo punto, invece, la Cisl vede il bicchiere mezzo pieno ipotizzando che lo smartworking possa favorire le donne a realizzare una migliore gestione familiare.

Bisogna trovare il giusto equilibrio fra gli interessi del datore di lavoro e la salute del dipendente. “L’impatto pandemico ci costringe a ripensare molte cose. Del lavoro agile si possono prendere le cose buone e quelle cattive. Questo modello di lavoro, finora di nicchia, diventerà probabilmente di massa. Penso alla pubblica amministrazione. E su larga scala cambierà i modelli organizzativi, magari anche aggirando i contratti. E’ chiaro che sarà necessario un aggiornamento legislativo”, sintetizza l’ex ministro Cesare Damiano, sindacalista di lungo corso che ben conosce la legge sullo smartworking, di cui fu relatore durante il governo Gentiloni. “Siamo ad un punto di svolta che passa per un cambiamento di mentalità”, conclude. Delle imprese, dello Stato e anche dei lavoratori, pubblici e privati.

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