Campina Grande è la seconda città in ordine di importanza dello Stato di Paraiba, dopo la capitale João Pessoa, ma la supera a livello commerciale e agricolo. Situata nella regione denominata Agreste Paraibense, non a caso ospita a giugno la Festa Junina, seconda festività dopo il Carnevale, che celebra il raccolto in una cornice di folklore e forró, la musica del Nord Est. Tutto ciò quest’anno probabilmente verrà a mancare, a tutela del distanziamento sociale. E questo significherebbe un’ulteriore mazzata per il già martoriato Pil regionale.

Protestare pregando

Lunedì scorso, al centro di Campina, si è svolta la prima protesta anti-serrata in Paraiba: 150 tra titolari di negozi e i loro commessi si sono riuniti per difendere il posto di lavoro e l’attività. Dopo aver sfilato con i cartelli, si sono inginocchiati, chi verso la strada, chi girato di spalle rivolto alle saracinesche abbassate ormai da 50 giorni e passa.

Un’immagine emblematica pur nella sua casualità: inginocchiarsi davanti a un negozio chiuso, come fosse un idolo sordo alle preghiere, esprime un senso di impotenza quasi mistico: le botteghe sprangate e l’umanità che langue senza poter praticare i rapporti sociali legati al commercio, che sono il suo motore.

A oggi, Campina Grande registra circa 5.000 disoccupati in più dall’inizio della quarantena, e i numeri sono destinati ad aumentare D’altra parte le cifre della pandemia in Brasile hanno raggiunto livelli mostruosi: 445 morti in sole 24 ore, oltre 100mila casi e 7000 decessi. I numeri si basano però su pazienti ricoverati e registrati, mentre, secondo informazioni raccolte nelle farmacie, la maggior parte dei contagiati si cura a casa. Le scorte di cortisone e Ivermectina – un farmaco contro scabbia e pidocchi che, secondo studi autorevoli anche italiani, inibisce la replica virale – finiscono presto. Sta di fatto che si stima a oltre un milione il numero reale dei casi, e il picco dovrebbe ancora arrivare.

Eppure in questa polemica senza fine tra fautori della quarantena ad oltranza e della riapertura, non c’è un solo membro tra governo e opposizione, sia in Brasile come nel resto del mondo infetto, che abbia il coraggio della verità: se il 5% della popolazione globale possiede oltre il 50% dei mezzi di produzione e dei capitali, alla luce di un’apocalisse come quella attuale, a tali privilegiati si dovrebbe imporre una sorta di patrimoniale “una tantum” da cui poter ricavare un fondo di sostentamento per chi rimane senza lavoro, anche ai fini di bilanciare una evasione fiscale “virale” – è proprio il caso di dire – che accomuna i potenti della terra.

Si abbasserebbe così il tasso di miseria, serbatoio di una criminalità che esploderà inevitabile, visto che oggi può pure mascherarsi legalmente. Invece si preferisce reprimere le proteste della gente, costringendola ogni giorno a formare code senza fine, gli uni appiccicati agli altri, per prelevare i propri miseri risparmi dalle Caixa (gli Atm brasiliani) così da tirare avanti un altro giorno. Qui il distanziamento sociale non conta per le autorità.

Marielle, vittima dei nani

La settimana scorsa, abbiamo lasciato Jair Bolsonaro alle prese con il suo schema anti-impeachment, basato sulla corruzione dei partiti di centro attraverso la promessa di incarichi e nomine alla direzione di banche e ministeri cruciali quali quello della Salute.

A seguito delle accuse reciproche tra il presidente e Sérgio Moro, la Corte Suprema (Stf) ha avviato un’inchiesta, interrogando a lungo l’ex ministro, e sospendendo per ordine di Alexandre de Moraes la nomina del nuovo direttore della Polizia Federale Alexandre Ramagem voluta da Bolsonaro dopo la revoca a Valeixo, che aveva provocato le dimissioni di Moro.

Bozo inviperito ha già annunciato ricorso, ma intanto la giudice Ana Lúcia Petri ha respinto la relazione medica presentata dall’Avvocatura di Stato che attesta la negatività del presidente al virus, chiedendo il referto originale e minacciando una pesante multa in caso contrario. La giudice ha stigmatizzato il comportamento irresponsabile di Bozo, che a dispetto delle voci sulla sua positività continua a presentarsi in pubblico senza mascherina e a stringere mani privo di guanti durante cerimonie ufficiali.

Non basta: è ricomparso a tirare i piedi della famiglia Bolsonaro il fantasma di Marielle Franco – la giovane attivista di Rio che denunciò i crimini extragiudiziali dei reparti speciali – uccisa insieme al suo autista nel marzo 2018.

Una delle piste per arrivare ai mandanti dell’omicidio è basata sulle intercettazioni telefoniche della Polizia Federale su Beto Bomba, un miliziano che indicò i sicari Ronnie Lessa e Élcio Queiroz come parte della milizia illegale Escritório do Crime, che faceva sovente il lavoro sporco per conto della Bope, i reparti speciali. Un gruppo collegato al gabinetto di Flávio Bolsonaro, dai tempi che egli era deputato a Rio de Janeiro.

Il capo di questi galantuomini era proprio un suo ex collaboratore, tale Adriano da Nóbrega, che risultava pure beneficiario di una “rachadinha”, gergale per giroconto dove transitano parte degli stipendi dei funzionari destinati ai politici di riferimento. Nóbrega fu ammazzato a sangue freddo a febbraio a seguito di un’incursione della polizia militare, ma i grattacapi per Flâvio non finirono lì, poiché uno dei suoi ex assessori, Fabricio Queiroz, risulta a sua volta parte di un giroconto milionario i cui beneficiari finali sarebbero lui e la moglie del presidente.

I due Queiroz, killer e assessore, sono di Rio das Pedras, l’ex feudo di Bolsonaro Jr. Ronald Alves, secondo Beto Bomba capo del gruppo di fuoco che uccise Marielle, fu premiato da Flávio nel 2004 per un raid che l’anno prima aveva ucciso 5 giovani.

Marielle, malgrado la giovane età, come attivista e consigliere del municipio di Rio è stata per anni l’unica voce a tutela delle donne povere con figli a carico, oltre a essere una costante spina nel fianco delle autorità riguardo agli abusi razziali. Sui massacri indiscriminati operati dalle milizie, ho scritto più volte su questo blog.

A confronto con i politicanti attuali, corrotti e incapaci, la sua figura giganteggia tutt’oggi, eccezione in una società già di per sé classista come quella brasiliana, dove il virus del razzismo replica se stesso, proprio partendo dalle istituzioni.

Ps. È stato nominato il nuovo direttore della Polizia Federale da Jair Bolsonaro, Rolando Alexandre de Souza. Sostituisce Alexander Ramagem, la cui nomina era stata rifiutata da Stf, poiché ritenuta troppo vicina agli interessi dei figli del presidente.

(foto di Flávio Bacchetta)
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