C’è il modello lombardo, l’hub della terapia intensiva realizzato alla Fiera di Milano, che però ha già mostrato i suoi limiti. Oppure la strada scelta da molte altre Regioni, quella della riconversione di intere cliniche o di padiglioni e strutture esterne, con le relative preoccupazioni sull’effettiva separazione dal resto dell’ospedale. I Covid hospital sono considerati dal premier Giuseppe Conte e dal ministro della Salute, Roberto Speranza, uno dei pilastri della Fase 2 dell’emergenza coronavirus. Uno dei 5 punti del piano strategico per affrontare dal punto di vista sanitario la convivenza con il virus recita: “Intensificare in tutti i territori la presenza di Covid hospital”. Che siano una priorità è stato confermato anche dal commissario all’emergenza, Domenico Arcuri. Per ora però, a parte gli annunci, non sono arrivate indicazioni specifiche sulle caratteristiche che queste strutture dovranno avere per gestire i malati Covid a 360 gradi: le linee guida sono quasi pronte e dovrebbero essere inserite nel decreto aprile, atteso per la fine del mese. Per ora dal ministero della Salute è arrivata una circolare: “Ogni Regione deve identificare prioritariamente una o più strutture/stabilimenti da dedicare alla gestione esclusiva del paziente affetto da Covid‐19 (Covid Hospital) in relazione alle dinamiche epidemiologiche”.

In attesa delle linee guida, quindi, un Covid hospital può avere quindi caratteristiche molto diverse e nelle Regioni stanno nascendo due tipi di modelli, tra chi decide di costruire ex novo come ha fatto la Lombardia e chi preferisce riconvertire intere strutture o alcune parti: alcuni esempi sono Lazio e Piemonte, ma anche Emilia-Romagna e Veneto. “Il Covid non è solo una malattia polmonare e di solito i pazienti hanno una certa serie di co-patologie. Quindi occorre un ospedale vero in cui siano raccolte tutte le varie competenze“, ha spiegato a Sono Le Venti (il programma di Peter Gomez in onda sul Nove) Luciano Gattinoni, ex direttore scientifico del Policlinico di Milano e presidente della Società mondiale di terapia intensiva.

È uno dei limiti del modello fieristico: oltre ai letti di terapia intensiva, servono anche tutti gli altri reparti.Un ospedale Covid per funzionare non deve avere solo “posti letto e respiratori”, servono “competenze e medici preparati in più specialità“. Se una struttura non è in grado di assicurarli, “diventa quella che ai tempi del Manzoni era il lazzaretto: un posto dove raggruppare tutti i pazienti e toglierli dalla comunità”, ha spiegato Gattinoni. Il fattore tempo è un altro aspetto chiave: la Regione Marche, sempre con il marchio di Guido Bertolaso, sta cercando di imitare il modello lombardo, ma non è ancora chiaro quando sarà pronta la nuova struttura.

Le linee guida serviranno anche a capire in che modo dovranno funzionare invece le strutture riconvertite. “Gli ospedali misti facilmente moltiplicano il contagio: è molto difficile bloccarlo quando si hanno nella stessa struttura pazienti Covid e non Covid”, ha spiegato il ministro Speranza a Circo Massimo su Radio Capital. In teoria, quindi, tutti quegli ospedali dove un intero piano è stato dedicato ai pazienti positivi, non dovrebbero essere considerati strutture Covid. Ma quando si tratta di padiglioni o altre aree separate? Il confine è sottile. Sicuramente devono essere previsti percorsi ‘puliti’ per medici e pazienti e capire come gestire i servizi indispensabili a tutti, come a diagnostica per immagini. Sono gli stessi operatori sanitari, da Agrigento a Brescia, a chiedere che i Covid hospital siano realizzati in “strutture esterne agli ospedali”.

Il “modello” Fiera, da Milano alle Marche – Il 31 marzo a Milano veniva inaugurato in pompa magna l’ospedale in Fiera: realizzato in soli 10 giorni grazie alle donazioni raccolte attraverso il crowdfunding di tanti cittadini e sponsor eccellenti. Una struttura edificata appositamente per fronteggiare l’emergenza, con 200 posti letto. Il commissario nominato dalla Regione Lombardia, Guido Bertolaso, già auspicava che la struttura potesse diventare “un punto di riferimento” per poter “replicare questo intervento in altri parti d’Italia”. Al momento però l’ospedale sembra essere un flop: oggi i posti letto reali sono 53 e sono ospitati poco più di una decina di pazienti. Intanto Bertolaso già si trova nel cantiere di un altro ospedale in Fiera, quello di Civitanova Marche: anche questa una struttura destinata unicamente all’accoglienza di pazienti Covid-19 per sgravare così le altre strutture marchigiane dal carico. Il modello Fiera, però, ha mostrato dei limiti: “Non è stata valutata la competenza e la quantità di personale che occorre in terapia intensiva – spiega il professo Gattinoni – 100 letti hanno bisogno di 350 infermieri e 120 medici esperti”. Oltre alla quantità, mancano gli specialisti: “Il Covid è una malattia che interessa tutto il corpo. Può esserci bisogno del neurologo, o di un cardiologo. C’è bisogno di un ospedale ad hoc, con all’interno la terapia intensiva”.

Nel frattempo sono stati inaugurati diversi ospedali da campo: il 20 marzo quello di Cremona, per mano della ong americana della Chiesa cristiano evangelica, Samaritan’s Purs. Il 23 marzo quello di Piacenza, allestito dall’Esercito all’interno dell’ex Arsenale militare. Una settimana dopo, il 6 aprile, è la volta di Bergamo, con un altro ospedale in Fiera tirato su in sette giorni dagli alpini: una struttura con 72 posti in terapia intensiva e altrettanti in sub intensiva, dove lavora il contingente di medici e operatori inviato da Mosca. E si continua a lavorare per il futuro: a Napoli la struttura di riferimento sarà Ponticelli, presso l’Ospedale del Mare (che ha completato i primi 48 posti in terapia intensiva) mentre a Pescara sono stati appena consegnati i lavori per un polo Covid che nascerà nell’ex sede Ivap: 214 posti letto, di cui 40 di terapia intensiva, da attivare gradualmente.

Le strutture ‘riconvertite’ – Per costruire un ospedale come quello in Fiera, però, servono risorse cospicue, spazi, personale specializzato: molte altre Ast hanno scelto allora di convertire strutture già esistenti esclusivamente al trattamento dei pazienti Covid, spesso appoggiandosi alla rete della sanità privata. Contemporaneamente all’ospedale in Fiera a Milano, nelle Langhe piemontesi, a Verduno, veniva inaugurata una struttura la cui costruzione durava da anni, ma la cui apertura è stata accelerata per trasformarlo in Covid hospital. Un altro esempio è la provincia di Venezia, con i poli di Dolo, Jesolo e Mestre: in tutte e tre le strutture, i ricoverati “ordinari” sono stati spostati in zone “sicure” all’interno dello stesso ospedale o di altre strutture sanitarie del territorio. In Liguria, l’ospedale di Albenga è stato interamente dedicato al Covid-19. In Piemonte, la clinica privata “Città di Alessandria”, ora è interamente dedicata a ospitare pazienti affetti da coronavirus – nella città più colpita della Regione – come ha già fatto il Maria Pia Hospital, uno dei 5 ospedali del gruppo GVM Care & Research interamente dedicati alla cura di pazienti affetti da coronavirus. Si tratta, spiegano dal gruppo, di cliniche altamente specializzate e quindi già fornite della strumentazione necessaria alle terapie intensive, oltre che chirurghi, rianimatori e anestesisti: su un totale di 3.600 posti letto complessivi del Gruppo, il 48% è stato messo a disposizione. Come quelli della clinica di Casal Palocco, terzo Covid Hospital di Roma.

Le strutture riconvertite/2: torri o padiglioni separati – Altre strutture hanno scelto una via ibrida, cioé isolando un padiglione destinato ai pazienti Covid, con accessi separati, personale diversificato e percorsi ‘puliti’, per evitare qualunque contatto tra pazienti: un esempio è Tor Vergata, che ha destinato una torre ai pazienti affetti da coronavirus, già dotata sia delle Terapie Intensive che del reparto di Malattie Infettive. Fuori, sono state attivate le tende pre-triage della Protezione Civile e separati gli accessi tra sospetti casi di coronavirus e non. A Parma, ad esempio, l’ospedale Piccole Figlie ha due reparti di degenze in funzione, uno destinato a pazienti Covid-19 e un altro per pazienti ordinari, per un totale di circa 70 malati, tutti inviati dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. Il reparto Covid è completamente isolato dal resto della struttura, con percorso di accesso dedicato.

Le strutture miste: piani e reparti dedicati – Per la maggior parte delle strutture, però, la soluzione più semplice e immediata è stata attrezzare parte degli ospedali – un piano, un reparto, o alcune ex sale operatorie – al trattamento di pazienti Covid, studiando percorsi differenziati per pazienti positivi e non. Un sistema non sempre facile, come nei servizi di diagnostica per immagini: una radiografia può servire sia ai primi che ai secondi. il ministro della Salute Roberto Speranza però “l’ospedale misto è ingestibile in questo quadro. Troppo rischioso per gli altri degenti, troppo rischioso per tutto il personale”. Questa situazione di incertezza ha scatenato, per esempio, le proteste dei lavori dell’ospedale di Agrigento, che al terzo piano ha allestito un intero reparto Covid. I rappresentanti della Cisl lanciato una petizione per chiuderlo: “Continuiamo a chiedere che il punto Covid sia realizzato in una struttura separata dall’ospedale, individuando una sede dedicata a tale scopo”. Anche i medici di Brescia, una delle città più colpite dall’epidemia, si oppongono al progetto – presentato il 4 aprile dalla Regione Lombardia – di aprire un centro Covid da 180 posti all’interno degli Spedali Civili. In una nota, l’Ordine provinciale solleva alcune questioni: “Si potranno realizzare, nei tempi indicati, percorsi differenziati? Per gli stessi servizi saranno previste e realizzate le indispensabili aree dedicate? Quali malati dovranno accedere al nuovo reparto? Malati di media – severa gravità?”. E sottolineano che, ignorando le best practices internazionali, si è abbandonata “l’ipotesi, più volte ventilata, di una struttura modulabile esterna, ma vicina all’ospedale per malati a bassa e media intensità e i convalescenti o non dimissibili”.

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