Due riflessioni, approssimate e non proprio originali, tanto per passare il tempo. Tutti parlano di come tornare alla normalità con preoccupante e contagioso assembramento di gruppi di esperti di tutto e del contrario di tutto. Sicuri che sia una buona idea? Vogliamo tornare alla normalità dell’osceno inquinamento delle nostre città? In quanti hanno sorriso nel leggere dell’aquila reale che solca il cielo di Milano, nel guardare le foto del golfo di Napoli che sembrano i Caraibi, nell’immaginare come possa essere Venezia quando si vede il fondo dei canali per quanto l’acqua è trasparente?

In tanti. Torniamo alla normale e perversa interpretazione dell’economia come scienza basata sulla crescita continua, sull’uso smodato delle risorse naturali, sul consumismo, sullo spreco fatto sistema, per massimizzare i profitti di pochi. Sicuri? Eppure la definizione canonica di economia recita: “…l’organizzazione dell’utilizzo di risorse scarse (limitate o finite) al fine di soddisfare al meglio bisogni individuali o collettivi”. Esistono modelli alternativi.

Da leggere il micro-saggio Non torniamo al mondo di prima pubblicato da La Repubblica lo scorso 18 aprile a firma di Muhammad Yunus, laureato con il Nobel per la pace per avere fondato la Grameen Bank – la banca dei poveri – ed essere stato pioniere dei concetti di microcredito e microfinanza. Propone un sistema economico alternativo, basato sulla consapevolezza sociale e ambientale, dove le imprese sociali possono e devono coesistere con quelle che ottimizzano il profitto.

Se i cittadini si prendono cura, oltre che delle loro famiglie, anche della cosa pubblica, fondando, da imprenditori, una rete complessa di microimprese per risolvere le problematiche della collettività, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione o delle infrastrutture si può eliminare la tradizionale, “normale” divisione del lavoro e delle responsabilità fra cittadini e governo. Basta con il panico delle ricerca di occupazione. Fatti non fummo per vivere come bruti, cercatori di lavoro, ma per seguire virtute e canoscenza da imprenditori. Il padre Dante si sta rivoltando nella tomba…

In quanti si vuole tornare alla normalità degli instabili equilibri geopolitici e geo-economici, dei tanti populisti interessati a trincerarsi nel loro “grande” misero orticello domestico? Tutte domande riassunte da quanto letto su un muro di Hong Kong: “Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema” (We won’t return to normality, because normality was the problem). Da valutare seriamente l’ipotesi che non sia uno slogan, ma un’affermazione di verità. Dobbiamo evitare di tornare alla normalità perversa del mondo di prima del Covid-19.

Non ripetiamo gli errori del passato. Quando si sono verificati stravolgimenti del paradigma sociale, economico e politico, si è tornati alla “normalità” del prima, preparando la crisi successiva. Cento anni fa, dopo la “Guerra per porre fine a tutte le Guerre” e la costituzione della Lega delle Nazioni, la normalità furono i ruggenti anni ’20 seguiti da una grande depressione e un secondo conflitto mondiale. Cinquant’anni fa i movimenti per i diritti civili, per l’ambiente, per la parità delle donne, la protesta studentesca furono altrettante interruzioni di continuità. Il ritorno alla normalità comportò la svolta a destra, prima conservatrice, poi populista con aroma fascista.

Mai che si impari la lezione della storia. Non serve tornare alla normalità del prima. Anzi. Abbiamo l’occasione di ripartire da zero. Un mondo nuovo e migliore. Mi piacerebbe parlare, in un futuro non troppo lontano, di aC e dC: ante Covid-19 e dopo Covid-19. Per gli amanti dell’inglese: Bc & Ac, before & after Covid-19.

Seconda rapida riflessione. Sempre fare attenzione ai modi del comunicare. Tanti, troppi, parlano della situazione attuale in termini di “guerra” popolata di “eroi”. Pronto a scommettere che nella prossima campagna elettorale Donald Trump dichiarerà: siamo in “tempo di guerra”, dunque non è il momento di cambiare presidente.

Mi piace vincere facile: a seguito dell’invasione dell’Iraq nel 2003, la campagna di Bush/Cheney del 2004 insisteva nel dire che si era nel bel mezzo di una guerra e che non si cambiano presidenti quando c’è una guerra. La politica evoca guerra ed eroi perché provocano emozioni forti e non sempre razionali. Il Covid-19 non è il nemico e questa non è una guerra.

Già, gli eroi. Tutti eroi: medici e infermieri, tecnici sanitari, addetti alle pulizie, autisti, operatori ecologici… Si lascia alla cura del lettore di completare l’elenco. Eroi fino a che fanno comodo. Vedi la narrazione dei film di Rambo. Ebbene loro non si considerano eroi. Non c’è eroismo quando il lavoro viene svolto nel rispetto dei propri principi morali ed etici, quando lo si continua a fare nonostante rischi e difficoltà. C’è grande senso civico e attenzione alla collettività. Non si è eroi perché si è quello che si deve essere. Si è giusti.

Interessante notare che la celebrazione di questa realtà non viene fatta dai soggetti tradizionali. In un impeto di democrazia diretta e partecipativa, spontanea, che viene dal cuore, sono i cittadini che ringraziano. Qualcuno ha visto un politico, o un sindacalista, suonare pentole e coperchi, cantare dai balconi, dire grazie? Il loro silenzio è assordante.

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