Lo giuro: provo imbarazzo. E gratitudine e orgoglio e dolore; indiretto, certo, ma pur sempre avvitato alla bocca dello stomaco. Ma non mi dilungherò, non sarebbe giusto.

Ho un amico, un grande medico, che al telefono stamattina mi ha scaraventato addosso una frustrazione sacrosanta, Dio solo sa quanto. Da troppi giorni centinaia di medici ripetono a figli e mogli, ma a volte anche a fratelli se non a genitori, che la persona che più amavano non esiste più. Uno scoppio nel petto, e i loro occhi d’apprensione che si allagano di lacrime. Ciclicamente, più volte al giorno, da settimane, quelle reazioni, con le teste che crollano verso il pavimento a singhiozzare. O peggio ancora quando bisogna annunciarlo per telefono a familiari chiusi in casa.
Ma questo, purtroppo, fa parte del mestiere.

La frustrazione arriva dopo, quando escono, segnati e stremati, e vedono che là fuori il mondo non ha ancora capito: la passeggiata coi figli forse sì, la corsetta impellente, la curva che rallenta perché in fondo 700 morti al giorno sono meglio che mille. Loro invece tornano dalle loro famiglie a un orario che non ha più forma e non meritano un abbraccio: troppo pericoloso per i loro bambini. Allora vorrebbero gridarlo, quello che hanno visto, uno per uno urlare a tutti di stare a casa. State a casa.

Così questo amico in mezz’ora di esasperazione ha contattato tanti suoi colleghi e chiesto loro di scriverlo, quel grido. Pochi minuti fa, con tutta l’urgenza delle parole che ha raccolto, me lo ha fatto leggere. Credo debbano farlo tutti, che le meritino tutti. Poi fateci pure quello che vi sentite.

“Caro Fabio, come sai ho girato un messaggio a diversi colleghi sparsi per l’Italia. Chiedevo poche righe, ma ho ricevuto sfoghi impossibili da racchiudere in poco… segno della bomba emotiva che ci stava dentro.
F.”

Epidemiologo di Rimini: Marito morto a causa del Covid, anche lei positiva e in attesa del tampone di guarigione. È in isolamento e piange tutti i giorni: nessuno può darle conforto, nessun abbraccio, nessuna spalla su cui poggiarsi.

Infermiera Terapia subintensiva di Milano: Ognuno in questo momento ha un suo compito: lo dico alla mia bimba di 8 anni che piange prima di addormentarsi perché le manco, non mi vede da tre settimane e non mi abbraccia da ancor di più. Non mi tiro indietro, è il mio lavoro e lo faccio da sempre con passione infinita. Ma sono stanca. E ho bisogno della mia casa e della mia famiglia.

Neurochirurgo di Brescia: Siamo visi a metà: abbiamo solamente occhi, perché questo virus ci ha fatto cancellare anche la possibilità di un sorriso. E davanti a questi occhi muoiono gli unici altri occhi che vediamo, che nei telegiornali sono numeri ma noi sappiamo essere papà, mamme, nonni, nonne.

Neurochirurgo di Milano: Stanotte, alle 2.00, ho detto alla moglie di un paziente che non potrà rivedere mai più suo marito dopo 40 anni di vita insieme, se non coperto da una tomba. E senza un ultimo commiato.

Coordinatore Sanitario di una casa di reclusione italiana: Ho la responsabilità della salute di oltre 500 detenuti. Da quando è scattata l’emergenza sanitaria non dormo più: ho paura di uscire di casa ma più ancora di rientrarci la sera, ho paura di infettare la mia famiglia, ho paura di lasciare mio figlio orfano, ho paura di morire sola senza aver potuto salutare la mia famiglia.

Neonatologa di Catania: Ho visto la disperazione del papà di un neonato, figlio di madre sospetto Covid. Non ha visto mamma e neonato fino all’arrivo dei risultati del tampone.

Segretaria ospedaliera di Milano: Una telefonata e dopo una settimana di ricovero ti dicono che non c’è più nulla da fare. E tu sei chiuso in casa e lì devi rimanere sapendo che lui è solo, ricoverato e a breve morirà.

Chirurgo toracico di Milano: Il senso maggiore che sto provando è sicuramente l’inquietudine per i malati con patologia diversa da Covid, malseguiti e che pagheranno le conseguenze della pandemia.

Neurologa di Catania: Io posso dire che ho perso la mia migliore amica, una sorella per me. E non l’abbiamo nemmeno potuta salutare. Non abbiamo visto il suo corpo. Non abbiamo potuto fare un funerale. Puoi darglielo al tuo amico giornalista, perché il dolore è anche questo. Sensibilizziamo tutti, per non fare crollare un sistema che qui al sud è già al collasso.

Infermiera di Trieste: Il pensiero che più mi dà brivido è vedere colleghi coi lividi al viso per le tante ore di utilizzo della mascherina, soffrendo difficoltà a respirare, dolore, bruciore. Non abbiamo nessuna tutela. Un calzascarpe è un semplice sacchetto di plastica. Un tampone non fatto perché non manifestiamo sintomi. Adesso ritorno a lavoro. Ti ho risposto in gran velocità.

Medico di famiglia di Roma: Ho in mente la lunga coda di ambulanze in fila al Gemelli. Io dei ringraziamenti ai medici non so che farmene, voglio essere tutelata. Non mi sento un eroe, non voglio esserlo, desidero fare il mio lavoro in sicurezza.

Neurochirurgo di Lecco: Un’infermiera teneva il telefono con il vivavoce al massimo vicino al casco di un paziente per fargli sentire le voci dei suoi figli. Sarà stata l’ultima volta che quell’uomo avrà sentito quelle voci.

Neurochirurgo di Milano: L’ultima guerra mondiale: il Covid sta mietendo proprio gli ultimi testimoni di quella ultima grande prova. Resta un popolo moderno che non ha nessuna idea di come si faccia un sacrificio vero.

Medico Nucleare di Catania: Non meritiamo di morire soli.

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