Mascherine della discordia in Alto Adige, con corollario di mala-burocrazia. L’accusa è circostanziata: la mancanza di un’autorizzazione dell’Inail ha ostacolato l’Azienda sanitaria di Bolzano nell’utilizzo di una fornitura di mascherine provenienti dalla Cina del valore di 9 milioni e mezzo di euro. Le autorità sanitarie hanno però ignorato la procedura, a causa dell’emergenza.

A denunciarlo è stato il direttore generale dell’Asl, Florian Zerzer, intervenuto alla conferenza stampa quotidiana del presidente della Provincia autonoma, Arno Kompatscher. Come riferito dai giornali locali, Zerzer ha spiegato: “In questo periodo c’è una grande richiesta di mascherine e quasi tutti gli ospedali europei, americani e di altre zone del mondo fanno ordini in Cina, visto che è l’unico Paese in grado di garantire la produzione e soddisfare le richieste”. Ma la merce cinese è di solito soggetta ad attenti controlli comunitari. “Considerata la situazione, l’Unione europea ha deciso una deroga alla norma che vieta l’utilizzo di questo tipo di dispositivi sprovvisti di certificazione europea. Ora si possono utilizzare mascherine con la certificazione dei Paesi di provenienza, in questo caso la Cina”.

Ed ecco spuntare l’anomalia tutta italiana: “L’Italia ha introdotto una norma, modificando questa deroga, e stabilendo che è comunque necessaria una valutazione positiva da parte dell’Inail prima dell’utilizzo delle mascherine sprovviste di certificazione europea”. Un ordine complessivo di 9,3 milioni di euro era arrivato in Alto Adige tramite la collaborazione dell’azienda Oberalp. “Lo scorso 26 marzo abbiamo presentato all’Inail la domanda, allegando i documenti che accompagnavano la fornitura, ma l’Inail ha poi risposto, pochi giorni fa, che non era in grado di fare una valutazione in quanto i documenti, e le schede tecniche, erano scritti in cinese. Abbiamo quindi subito fatto tradurre la documentazione e ripresentato all’Inail la domanda. Siamo ancora in attesa della risposta”.

Quindi tutto è formalmente fermo, a causa di una firma dell’Inail. In realtà le mascherine continuano ad essere distribuite e utilizzate, anche senza il via libera dell’Inail. Su quella partita si era registrato anche l’esito negativo del controllo di qualità eseguito dall’esercito austriaco, che aveva indotto il Tirolo e la Germania (che avevano ricevuto una parte della stessa fornitura) a non utilizzare le mascherine. Per lo stesso motivo anche a Trento sono finite in un deposito.

Perché allora l’Alto Adige le ha utilizzate? Zerzer ha spiegato: “Eravamo di fronte a un bivio: rispettare la burocrazia o utilizzare lo stesso le mascherine, avvisando di stare attenti ad indossarle correttamente. Non ho avuto dubbi, perché il nostro primo compito è salvaguardare la vita dei nostri collaboratori, medici ed infermieri, e quindi anche dei pazienti. Lo abbiamo ottenuto facendo indossare le mascherine”. L’assessore alla sanità, Thomas Widmann, ha confermato che la scelta ha dato dei risultati: “Nessun medico od infermiere da noi è morto, mentre in altre regioni purtroppo si sono registrati decine di decessi tra i camici bianchi e gli operatori sanitari. E comunque sono sempre stati rispettati, anzi superati, gli standard dell’Istituto superiore di sanità”.

La decisione dell’acquisto fu presa in periodo di totale emergenza, tre settimane fa. “C’era un fabbisogno di 27mila maschere al giorno e avevamo scorte di dispositivi di protezione per appena due, tre giorni. Era uno scenario di guerra, abbiamo deciso di ordinare quel materiale in Cina, fidandoci sulla carta della quantità e qualità del materiale. Dopo che siamo stati informati dell’esito del test dell’esercito austriaco, abbiamo fatto una riunione straordinaria per decidere cosa fare. Eravamo tra l’incudine e il martello e abbiamo deciso di informare, con una circolare, i dipendenti, dando loro precise indicazioni su come indossarle”. L’aderenza imperfetta? “Secondo noi si poteva risolvere indossando bene le maschere”.

La spiegazione non ha convinto alcune sigle sindacali, che hanno indetto uno sciopero simbolico di tre minuti. Massimo Ribetto, segretario Nursing Up: “Siamo sconcertati dal fatto che le mascherine, scartate altrove, qua vengano fatte utilizzare agli operatori”.

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