A Trieste l’8 aprile 2020 verrà ricordato come il giorno in cui, dopo 123 anni attività, si è spenta l’area a caldo della Ferriera, l’Ilva del nord. Inaugurata sotto l’impero asburgico, per oltre un secolo l’impianto ha condiviso timori e speranze col rione storico di Servola. Una convivenza divenuta negli ultimi anni problematica, e sfociata in manifestazioni di piazza che hanno chiesto a gran voce la chiusura dell’area a caldo, la più impattante sotto il profilo delle emissioni.

Il 28 marzo c’è stato l’ultimo sfornamento della cokeria, oggi (8 aprile) sarà la volta dello stop di agglomerato e altoforno. “Pare che la cokeria sia defunta, in questi giorni c’è molta meno polvere – racconta Alda Sancin, presidente dell’associazione No Smog – Dopo anni di battaglie siamo contenti se si arriva al dunque. Finché la vicenda non si chiude definitivamente non vogliamo cantare vittoria”.

Sull’impegno del mondo politico fa il punto Barbara Belluzzo del Comitato 5 Dicembre, realtà che negli ultimi anni ha animato la piazza contro l’inquinamento della Ferriera: “Per la chiusura la politica ha senza dubbio dei meriti. Dopo tutto l’area a caldo viene appunto spenta per sempre. Ma al tempo stesso ha il fortissimo demerito di aver voluto tenere la gente lontana da quella che era diventata una sua lotta. Si è persa così una grande occasione per mettere in atto una buona pratica di cittadinanza consapevole e di democrazia attiva. Il tutto sarà rivenduto in termini elettorali per non spartire il merito con altri soggetti”.

Mentre si fermano gli impianti, resta ancora irrisolto il rebus sul futuro dello stabilimento. Il nuovo Accordo di programma tra istituzioni e azienda si sarebbe dovuto siglare in queste settimane, ma l’emergenza Covid-19 ha bloccato tutto. Non si conosce l’entità degli aiuti pubblici per sostenere bonifica e riconversione degli impianti, così come manca un piano industriale.

Incerto anche il futuro degli operai: in un referendum tenutosi a gennaio le maestranze avevano approvato, a larga maggioranza (59%), un accordo sindacale che condivideva la prospettiva della riconversione promossa da ministero dello Sviluppo Economico, Regione e Comune. All’interno era presente anche un riferimento agli impegni presi dal ministro Stefano Patuanelli per assorbire completamente gli esuberi grazie alla disponibilità di Fincantieri. Ma fino alla firma dell’Accordo di programma, l’unica certezza resta la cassa integrazione per i 580 lavoratori, della durata di nove settimane, prevista dal decreto Cura Italia per le aziende in difficoltà a causa dell’emergenza coronavirus. A cui seguirà la Cigs della durata di due anni.

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