La “mancanza di dati esatti“, “l’incertezza nelle chiusure delle aree a rischio”, “la gestione confusa di Rsa e centri per anziani“, “la mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio”, “l’assenza di attività di igiene pubblica”, “la mancata esecuzione dei tamponi al personale sanitario”, “lo scarso controllo del territorio”. Sono questi i sette errori “da non ripetere” nella gestione della pandemia da covid 19 secondo la Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Lombardia. Mentre il trend dei contagi continua ad abbassarsi e si comincia a discutere dell’inizio di una fase 2 dell’emergenza, la FNOMCeO ha deciso di diffondere un documento per analizzare quali sono stati gli errori in Lombardia nella prima fase della crisi. “Non è questo”, si legge, “il momento dell’analisi delle responsabilità, ma la presa d’atto degli errori occorsi nella prima fase dell’epidemia può risultare utile alle autorità competenti per un aggiustamento dell’impostazione strategica, essenziale per affrontare le prossime e impegnative fasi”.

Secondo la Federazione infatti, “a fronte di un ottimo intervento sul potenziamento delle terapie intensive e semi intensive”, è risultata evidente “l’assenza di strategie relative alla gestione del territorio“. Questa lacuna si è manifestata in sette problematiche. Innanzitutto, scrivono i medici, si segnala “la mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia”: questa carenza, più volte denunciata nel corso delle ultime settimane, risulta strettamente legata “all’ esecuzione di tamponi solo ai pazienti ricoverati e alla diagnosi di morte attribuita solo ai deceduti in ospedale”. I dati, spiega la FNOMCeO, “sono sempre stati presentati come ‘numero degli infetti” e come ‘numero dei deceduti’ e la mortalità calcolata è quella relativa ai pazienti ricoverati, mentre il mondo si chiede le ragioni dell’alta mortalità registrata in Italia, senza rendersi conto che si tratta solo dell’errata impostazione della raccolta dati, che sottostima enormemente il numero dei malati e discretamente il numero dei deceduti”.

Al secondo punto la Federazione indica “l’incertezza nella chiusura di alcune aree a rischio”. Il riferimento è alla decisione di non fare le zone rosse in aree fortemente colpite come ad esempio Alzano e Nembro, nella Bergamasca. Proprio quell’incertezza viene messa sotto accusa da più parti in queste ore e i medici non sono da meno. Lo scontro è principalmente però tra Roma e Milano. Oggi a riaprire il tema è stato lo stesso premier Giuseppe Conte, dicendo che “se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro Zona Rossa” visto che “le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti”. A lui ha replicato lo stesso governatore Attilio Fontana: “Io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione”, “ammesso che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi”.

Il terzo errore secondo la FNOMCeO è stata “la gestione confusa della realtà delle RSA e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un triste bilancio in termini di vite umane (nella sola provincia di Bergamo 600 morti su 6000 ospiti in un mese)”. Si tratta di un altro tasto dolente: come segnalato dalla Federazione, in più occasioni la gestione dell’emergenza nelle Rsa e nei centri per anziani è sfuggita dal controllo provocando contagi a catena e rendendo quasi impossibile gli interventi per arginare la situazione.

Il quarto problema evidenziato nel documento riguarda le mascherine: “La mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio (MMG, PLS, CA e medici delle RSA)”, si legge, “e al restante personale sanitario. Questo ha determinato la morte di numerosi colleghi, la malattia di numerosissimi di essi e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia”. Al quinto punto invece, si parla della “pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, ecc…)”.

La sesta problematica individuata è “la mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio”. Infine, il tema evidenziato al settimo punto è “il mancato governo del territorio” che, conclude il documento, “ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere sul territorio pazienti che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero”.

Secondo la Federazione dei medici chirurghi e degli odontoiatri, “la situazione disastrosa in cui si è venuta a trovare la nostra Regione” è dovuta “all’interpretazione della situazione solo nel senso di un’emergenza intensivologica, quando in realtà si trattava di un’emergenza di sanità pubblica”. E questo perché, per molti anni “la sanità pubblica e la medicina territoriale sono state trascurate e depotenziate“.

Quindi, il documento conclude facendo proposte per quella che sarà “una ripresa graduale delle attività”: “Per quanto riguarda gli operatori sanitari la proposta è di sottoporre tutti a test rapido immunologico, una volta ufficialmente validato, e, in caso di riscontro di presenza anticorpale (IgG e/o IgM), sottoporre il soggetto a tampone diagnostico. In caso di positività in assenza di sintomi potrebbe essere da valutare la possibilità, in casi estremi con l’attribuzione di specifiche responsabilità e procedure, di un’attività solo in ambiente COVID, sempre con protezioni individuali adeguate. Il test immunologico andrebbe ripetuto con periodicità da definire negli operatori sanitari risultati negativi”.

Per chi non fa parte del personale sanitario, si richiede “un’estesa effettuazione di test rapidi immunologici per discriminare i soggetti che non hanno avuto contatto con il virus, soggetti che si possono riavviare al lavoro. Per i soggetti nei quali si rileva la presenza di immunoglobuline (IgG o IgM) sembra indicata l’esecuzione del tampone diagnostico“. L’attività di monitoraggio dovrebbe partire da chi deve ritornare al lavoro prima degli altri. “La ripresa del lavoro dovrebbe essere subordinata all’effettuazione del test immunologico rapido di screening, non risultando in letteratura alcun termine temporale valido per la quarantena post malattia, anche se decorsa in forma paucisintomatica. È evidente come tale procedura comporti un rilevante impiego di risorse, soprattutto umane, ed è altresì evidente come la stessa, al momento, sia l’unica atta a consentire la ripresa dell’attività lavorativa in relativa sicurezza”. Inoltre, sarà necessario “l’uso costante, per tutta la popolazione e in particolare nei luoghi di lavoro, di idonei comportamenti e protezioni”. E ancora “è superfluo segnalare come qualsiasi imprudenza potrebbe determinare un disastro di proporzioni difficili da immaginare e come le misure di isolamento sociale siano da potenziare e applicare con assoluto rigore”.

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