“Dobbiamo continuare a soffrire ancora un po’, ma stiamo soffrendo per ottenere un grande successo. Stiamo vincendo la partita, ma non possiamo metterci in difesa. Dobbiamo continuare a giocare all’attacco, altrimenti rischiamo di pareggiare e poi di perdere”. È la metafora calcistica adottata dal virologo Massimo Andreoni, primario del reparto Malattie Infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive.



Ospite del programma “L’imprenditore e gli altri”, su Radio Cusano Tv Italia, il medico spiega: “Se noi interrompiamo troppo presto quello che stiamo facendo, rischiamo di vanificare tutto. La guerra la stiamo vincendo e siamo in grado di portare a casa il successo finale. Ma invito tutti alla prudenza: vanificare tutto il lavoro fatto per riprendere una vita normale 3-4 giorni prima sarebbe un grande errore. Non sono un economista, ma non c’è nulla di peggio di dare la sensazione che il problema sia risolto per poi dimostrare che invece siamo punto e a capo. Bisogna aspettare che la guerra sia finita e dalla guerra ci si risolleva sempre molto bene”.

E aggiunge: “È sempre difficile prevedere il futuro, però i dati ci indicano che stiamo facendo la cosa giusta, cioè stiamo mettendo in difficoltà il virus. La sensazione è che stiamo finalmente raggiungendo il famoso picco, che sta a indicare che inizierà la discesa, ovvero un periodo in cui ci saranno sempre meno infezioni, meno morti e sempre più persone che guariscono. I dati ci dicono che il Covid non sta cambiando. Il virus è rimasto cattivo come prima, non si sta modificando in bene. Quello che stiamo ottenendo è grazie a noi, non grazie a lui – puntualizza – Anzi, il virus è pronto a colpire ancora più persone e finché avrà persone da colpire, continuerà a girare tra di noi se non siamo noi bravi a fermarlo. Siamo noi che lo stiamo fermando. I virus vivono attraverso di noi, cioè hanno bisogno di persone da poter infettare per passare da una persona all’altra. Questo è l’unico modo che hanno per vivere. Non vivono nell’ambiente, né si comportano come i batteri. Loro hanno poca vita se non entrano in un essere umano”.

Sugli scenari futuri, Andreoni precisa: “In epidemiologia si ragiona spesso in modo logaritmico. Se c’è una persona infetta che continua a girare rischia di infettarne due, e quelle due rischiano di contagiarne quattro. Dobbiamo avere un meccanismo talmente attento e talmente pronto da catturare immediatamente la singola persona infettata, per poi isolarla subito. E questo è fattibile se limitiamo il numero dei contagiati. Non è necessario arrivare allo zero, ma a un punto in cui il sistema sia controllabile, aumentando i controlli, facendo i tamponi e adottando altre misure. Se arriviamo a un sistema ben controllato, come ha fatto la Cina, e avremo ridotto di molto le infezioni – continua – potremmo iniziare a riaprire un pochino le porte di casa e a ritornare a vivere con più tranquillità, ma prestando sempre grande attenzione e cercando di essere molto rigorosi. Vanificare tutto il lavoro fatto sarebbe un errore gravissimo e imperdonabile. Le cose andranno fatte con prudenza e progressività. Se rientriamo troppo presto, si rischia di dover ricominciare da zero, come nel gioco dell’oca”.

E chiosa: “La Spagna sta commettendo l’errore che noi abbiamo commesso al Nord. Ma noi lo abbiamo fatto per ignoranza, perché ancora non conoscevamo il fenomeno. E infatti non abbiamo commesso quell’errore né al Centro, né al Sud dell’Italia. La Spagna, invece, non ha messo in atto immediatamente quello che andava attuato, lasciando il virus libero di circolare per alcune settimane in tutta la nazione. Se fosse stata più avveduta come la Germania, che ha iniziato a fare i tamponi su tutte le persone, non avrebbe permesso al virus di diffondersi. Nel nostro caso, se il Centro e il Sud continuano a comportarsi in maniera intelligente, questo non accadrà“.

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