“Siamo ancora nella fase acuta dell’epidemia di coronavirus, ma qualche timido segnale positivo lo possiamo osservare sul numero dei ricoveri e delle terapie intensive“. Lo ribadisce ai microfoni di “Non stop news”, su Rtl 102.5, Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano, che oggi, in una intervista al Messaggero, ha puntualizzato che ci vuole ancora una settimana per scorgere un risultato concreto, considerando il periodo di incubazione dei nuovi casi.

E spiega: “E’ ancora presto per cantar vittoria e bisogna insistere con le misure di contenimento. Purtroppo c’è ancora l’effetto terribile dei decessi che continuano a salire e che sono legati a infezioni pregresse dopo un periodo di malattia. In ogni caso, quei timidi segnali positivi li vedo come la necessità di insistere sul distanziamento sociale, comportamento che deve essere rispettato da tutti. Al di là della Lombardia, che è la regione più colpita – continua – è importante che quello che abbiamo subito in prima istanza e che ci ha costretto a riorganizzarci debba essere fatto nelle regioni in cui la situazione non è ancora pesante e quindi le strutture sanitarie possono prepararsi all’impatto. Lì contiamo di ottenere migliori risultati di contenimento, ma dipende soprattutto dai cittadini. E’ come per gli incendi, che, quando sono piccoli, si riesce a contenerli”.

Il virologo aggiunge: “Credo che non prima della metà di aprile si possa tirare un sospiro di sollievo, perché purtroppo i dati cresceranno ancora e i numeri arriveranno a livelli più elevati. Non ci resta che continuare. Rispetto agli altri Paesi, la scelta italiana è quella che preserva maggiormente le persone più fragili e anche gli under 50, considerando che una quota di loro è ospedalizzata”.

Pregliasco concorda con le dichiarazioni del fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, Silvio Garattini, secondo cui realisticamente il picco si avrà nella settimana prossima con 30-40mila casi: “Siamo purtroppo già a 20mila casi o forse a un numero maggiore. Dipende tutto da quanto siamo bravi in termini numerici a rispettare le misure restrittive. Abbiamo visto che a contagiare non sono soltanto le persone sintomatiche che emettono i droplet, cioè le goccioline, ma anche soggetti che si trovano nella fase finale dell’incubazione, quando cioè il coronavirus si sta moltiplicando nel loro organismo senza che ci sia ancora una manifestazione clinica. Quindi, bisogna guardarsi l’un l’altro, non in cagnesco, ma da lontano”.

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