Chiudere le aziende e le attività commerciali, per creare un isolamento completo delle perone e interrompere la diffusione del coronavirus. Nella conferenza stampa di fine mattinata, il governatore del Veneto Luca Zaia affronta, per la prima volta, l’ipotesi di una chiusura totale. Nella sala della Protezione Civile a Marghera, Zaia, sollecitato dai giornalisti, pur misurando le parole, non si è dichiarato contrario a una soluzione così drastica. “E’ tutto da verificare. Di certo potrebbe essere una soluzione da prendere in esame. Sono misure che molti imprenditori ci stanno proponendo in queste ore” ha affermato, facendo capire che la realtà economica e produttiva del Nordest non è più contraria alle misure adottate dal governo. “Il tema di avere un isolamento fiduciario fatto bene – che non significa segregare in casa i cittadini – potrebbe essere la soluzione. Però, prima di adottare queste misure dobbiamo avere la validazione della comunità scientifica. Ma attenzione: a volte, anche in questi giorni, assistiamo a dibattiti scientifici stucchevoli, in cui i due scienziati di turno diventano le controparti di turno. Il che non è un bel vedere per noi cittadini”.

In questi giorni concitati Luca Zaia, che pure è in prima linea senza mai risparmiarsi, ha oscillato tra posizioni alquanto diverse. Il 21 febbraio, a poche ore dalla scoperta dei primi due casi di coronavirus in Veneto, con focolaio a Vo’ Euganeo, aveva preso due decisioni dure. Innanzitutto era stato chiuso l’ospedale di Schiavonia, dove è avvenuto il primo decesso. Poi era stato isolato il paese di Vo’, con i suoi 3.200 abitanti. Vietato entrare e uscire. Tampone per tutti, poi ripetuto a distanza di due settimane. E aveva difeso questa sua scelta, in qualche modo confermata dalla prima ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza.

Poi, però, domenica 8 marzo Zaia è partito lancia in resta contro il governo dopo il primo annuncio del premier Giuseppe Conte sulla creazione di una zona rossa in Lombardia e in altre 14 province italiane, tra cui tre del Veneto (Padova, Venezia e Treviso). “Il decreto è arrivato prima sui siti dei giornali che a noi”. E aveva detto: “Chiediamo lo stralcio delle tre province del Veneto dalla zona rossa. Abbiamo sempre dimostrato senso di responsabilità, senso delle istituzioni e senso del lavoro di squadra, che vogliamo dimostrare anche oggi. Non è tempo di polemiche politiche, però è pur vero che c’è molto da ridire sull’aver tagliato il Veneto a metà”. Al riguardo, Zaia aveva inviato a Conte una relazione del Comitato tecnico-scientifico veneto che chiedeva di togliere le tre province venete dalla zona rossa. “A fronte dello scenario epidemiologico, che evidenzia ‘cluster’ circoscritti e che non interessano allo stato attuale in maniera diffusa la popolazione generale, non si comprende il ‘razionale’ di una misura che appare scientificamente sproporzionata all’attuale andamento epidemiologico. Si esprime pertanto parere favorevole allo stralcio delle tre province di Padova, Venezia e Treviso dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri”. Così avevano scritto i medici, avvalorando la tesi di Zaia.

Al governatore aveva risposto il sottosegretario al ministero dell’Economia, Pier Paolo Baretta: “Al posto di Zaia sarei più prudente. Affermare che la situazione sanitaria in Veneto è al momento sotto controllo non significa che il rischio di diffusione del virus sia scomparso”. Infatti, passano due giorni dopo e Zaia completa la virata allineandosi alla posizione espressa subito dal suo collega governatore lombardo, Attilio Fontana. Per la verità la sterzata era iniziata lunedì 9, quando il governatore aveva ribadito di non voler fare la guerra a nessuno e ha chiesto “misure omogenee” su tutto il territorio nazionale. Solo un anticipo della “zona rossa” nazionale, che anche il governatore del Friuli, Massimiliano Fedriga, ha sostenuto: “In questo momento serve che tutta l’Italia diventi una zona rossa”. Poi, lunedì a tarda ora, la nuova decisione del premier Conte.

Adesso Zaia dichiara di condividere la stretta. Anzi, vorrebbe persino di più. E a chiederlo sono gli stessi imprenditori che domenica si erano, invece, si erano divisi in modo clamoroso. I presidenti di Padova e Treviso, Massimo Finco e Maria Cristina Piovesana avevano chiesto le dimissioni del governo per incapacità nella gestione dell’emergenza coronavirus e per misure definite esagerate. Invocavano un governissimo. Il presidente regionale di Confindustria, Enrico Carraro, li aveva però sconfessati: “La richiesta di dimissioni è precipitosa nel merito e nella tempistica. Avere ora un vuoto istituzionale sarebbe deleterio per tutti”.

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