Molti si chiedono se il processo di uscita dalla Gran Bretagna dall’Ue sia un “bluff” di un governo di destra conservatore. Molti di noi, europei residenti in Inghilterra, si sono già resi conto che invece si tratta di un definitivo verdetto: un paese che stabilisce regole severe per gli stranieri ma che decide di essere molto più indulgente nei confronti di merci e capitali.

Per comprendere fino in fondo l’annuncio degli scorsi giorni riguardo la nuova gestione delle frontiere con il sistema ‘a punti’ è necessario fare riferimento alle dichiarazioni del premier britannico dell’inizio del mese di febbraio: “Il Regno Unito sarà il Superman del libero scambio’. Infatti, questo governo rivendica la liberazione dai trattati e dalle leggi europee come la più grande conquista degli ultimi anni. Questa narrazione si dimostra però ipocrita nella realtà: per fare un esempio, il Financial Times riporta che il governo inglese ha fatto richiesta per un finanziamento dal “solidarity fund” dell’Unione europea per far fronte ai danni dovuti alle alluvioni dello scorso dicembre (una soluzione “last minute” per beneficiare fino all’ultimo della membership europea tanto ostracizzata).

Dunque, se con la Brexit il Regno Unito si riappropria del controllo dei propri confini (a un punto tale che l’attuale ministra dell’Interno Priti Pratel ha ammesso che i suoi genitori indiani non sarebbero potuti entrare nel paese con questo nuovo sistema), allo stesso tempo intende accelerare un processo di ‘de-regulation’ del mercato interno. Un’apertura asimmetrica che potrebbe far diventare la Gran Bretagna un paradiso fiscale nell’ambito dell’enclave europea.

E allora questa Brexit più che ripresa della sovranità nazionale sembra sia stata una brillante occasione colta dal vento maggioritario sovranista per perseguire un progetto di società basata sul privilegio, l’esclusività, sul mito dei consumi fini a se stessi e su una sempre maggiore sperequazione delle risorse. Progetto che in realtà, indipendentemente dalla Brexit, si sta realizzando da decenni nel paese. Per fare qualche esempio, il sindacato “University and College Union” (UCU) ha organizzato per il terzo anno di fila un massiccio sciopero contro la precarizzazione del lavoro e l’abbassamento delle pensioni del corpo docenti. Decine di università nel paese hanno bloccato l’attività didattica e l’accesso agli istituti con picchetti all’ingresso.

Contemporaneamente, da anni il sistema nazionale sanitario è in crisi per mancanza di posti letto e personale – situazione che la Brexit ha certamente peggiorato. Durante la scorsa campagna elettorale Jeremy Corbyn ha reso pubblici documenti ufficiali che provavano il piano di Boris Johnson post-Brexit sul tema sanità: la privatizzazione della settore con la vendita del “National Healthcare System” a delle multi nazionali americane.

L’idea di società proposta dal governo conservatore ha una coerenza interna molto chiara e la Brexit ne rappresenta il lasciapassare per realizzarla. La ripresa della sovranità nazionale è fittizia ed è evidente che la stessa democrazia è in crisi. In questo contesto storico le giovani generazioni hanno il diritto e il dovere di reagire, opponendosi a questo modello di società proposto dal partito conservatore. La chiusura dei confini per i migranti porterà a conseguenze disastrose per la vita di milioni di europei (e non europei) che hanno costruito (o vorrebbero costruire) la propria vita nel Regno Unito.

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