Mani pulite, 28 anni dopo: il 17 febbraio 1992 fu arrestato a Milano il craxiano Mario Chiesa, “con le mani nella marmellata”. Ero lì, durante quel primo giorno “ufficiale” e anche prima. Come cronista giudiziario e poi inviato dell’Unità, tra il 1988 e il 1998. Nel 1992 io ero tra i più “anziani” di un manipolo di giornalisti intorno ai 30 anni; ci eravamo trovati di colpo a raccontare una storia che ha cambiato il Paese senza che gli editori (imprenditori, finanzieri, partiti o boiardi di partiti, per lo più immersi nella marmellata fino al collo) potessero controllare ciò che usciva da quel vaso di Pandora, aperto dai magistrati e soprattutto dalla crisi irreversibile di un ceto politico/affaristico.

C’erano giornalisti equilibrati, altri convinti di essere pubblici ministeri, altri collusi col potere calante o con quello nascente. C’era un furbo e sveglio magistrato, Antonio Di Pietro. Era rustico e ruspante come la campagna molisana da cui veniva e con strane e non proprio limpide frequentazioni (che poi gli furono contestate in un processo bresciano, da cui uscì assolto – per lo meno sul fronte giudiziario; molto meno, secondo me, sul fronte morale). I suoi capi alla fine del 1991 gli avevano sbolognato un’inchiesta che gli altri pm, un po’ spocchiosi, consideravano una rogna: la storiella nata dalle rivelazioni di una moglie tradita a proposito di mazzette incassate da Chiesa, un medio-piccolo burocrate di partito vicino a Bettino Craxi.

Di Pietro – ex poliziotto che sapeva già usare l’informatica, capace di creare una squadra e abituato ai metodi ruvidi da “vecchio” commissario di Polizia – risalì lungo un vortice di tangenti sempre più grande e si infilò nelle crepe, già evidenti, della partitocrazia. La Procura gli affiancò altri magistrati, anche se lui avrebbe voluto fare da solo; in teoria doveva rispondere di quello che faceva a un anziano procuratore aggiunto molto per bene, Gerardo D’Ambrosio, ma il sostegno di un’opinione pubblica assatanata lo sottrasse a fin troppi vincoli e gli procurò fin troppi fan (anche tra quei magistrati che prima lo guardavano con spocchia e pure tra coloro che qualche tempo dopo lo avrebbero attaccato, come missini, berlusconiani e leghisti).

L’inchiesta montò come un panettone in overdose da lievito, finché pure Di Pietro scivolò un po’ sul suo passato, per poi lasciare la toga e dedicarsi a una non travolgente scalata della politica. Intanto i vecchi partiti, corrosi dalla corruzione, tramontavano; pochi riuscirono a barcamenarsi tra una falla e l’altra, altri – più o meno artefatti – nacquero. Intorno, proliferavano plotoni di avvocati, faccendieri, millantatori, personaggi per bene o per male. E giravano tanti interessi.

Quasi trent’anni dopo, abbiamo un Paese con le mani sempre piuttosto sporche e ancor meno certezze. Cose che, purtroppo, capitano. Restano per me il ricordo della più grande esperienza professionale della mia vita e la consapevolezza di essermi sempre comportato in buona fede, senza tradire il mio mestiere e la mia coscienza. Poi gli errori si fanno e si subiscono. L’importante è non illudersi mai di essere, o di essere stati, perfetti.

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