Si accettano miracoli. E Tiziano Ferro dona subito il suo cachet di Sanremo 2020 in beneficenza a cinque associazioni differenti. Una a sera. Avis, Lilt, Centro donna Lilith, Associazione Valentina Onlus, Chance for Dogs. Ora raccogliamo targhetta e fogli come Greggio in Striscia la Notizia e andiamo a casa. Tizianone è così. Spiazza. Grande cuore. Grande anima. Gran voce. Tonante, addirittura. Anche se le strofe vibrate spesso si inseguono una simile all’altra, in vent’anni di successi, il ragazzo di Latina è il big, lungo e largo, spalmato e rispalmato da Amadeus per andarsi a guadagnare l’angolo di cielo sfiorato per una sera nel 2007, nel 2015 e nel 2017. Ferro questa volta salirà sul palco dell’Ariston come superospite perenne. Praticamente una piccola tenda, fornelletto e sacco a pelo, tra la prima fila dei violini e quei simpaticoni del coro. Tiziano di anni ne farà 40 anni poco dopo il festival, ma da quelle parti quando non era nessuno e superava il quintale non lo voleva nessuno. Provarci ci ha provato.

Ma l’Accademia della Canzone di Sanremo smorzava sempre le speranze. Grazie, niente salto tra i professionisti, torni l’anno prossimo. Non fosse stato per marito Alberto Salerno e moglie Mara Maionchi, ma anche per Michele Canova Iorfida, oggi Ferro sarebbe, forse, chissà, un ingegnere. Rosso relativo è intuizione loro. Ed è buffo riguardare le interviste di allora. Quando Tiziano stava disseminando, nel mondo, oltre due milioni e mezzo di copie del primo disco. La “fame notturna” del ragazzino bulimico. I consigli, i ragguagli, gli “io ce l’ho fatta” che ancora si trincerano dietro lo snocciolare di diete che nemmeno il signor Panzironi. Frasi come: “Un filo di pancetta non guasta. Tutte le ragazze che conosco lo apprezzano”. Ecco, giusto un attimo, en passant. Cosa deve essere stata, a livello di dolore interiore, di rinuncia intima e profonda, uscire dal tunnel dell’obesità nervosa e intanto rituffarsi, forzatamente, perché ancora il pubblico non potrà capire, nelle tenebre di un altro segreto di Pulcinella. Quella umana, forzatamente taciuta omosessualità che sbuca fuori solo nel 2010. Nove anni dopo il successo. Il libro, come da tradizione italiana, anche un po’ del Sud, s’intitola Trent’anni e una chiacchierata con papà. Già, perché mamma se sei gay tanto lo accetta, ma è sempre il patriarca da convincere dopo che ha storto, eufemisticamente, il nasone. Tenero e dolcissimo il libro.

Il cantante si apre e si racconta. Si dona. Quella voce dalle tenebrose e improvvise nuance tenorili, quel disinvolto chiacchiericcio confidenziale, Tiziano canta di amore, incomunicabilità, solitudine, di Dio e di morte, in una miscela solenne e maestosa che lo ha reso famoso, adorato e, prezzo da pagare per la celebrità, perfino imitabile. Quel modulare tono e volume verso l’alto e il basso in una sola strofa come solo i grandi della soul music statunitense sapevano fare è per Ferro una questione naturale, spontanea, normale. Esperienza immersiva nei live, da performer pulito e diretto, disteso e raffinato, come davvero pochi in Italia possono permettersi. Sette album in diciassette anni. Magari sono anche molti, eppure lui sembra sempre essere quell’ometto semplice che apparì quasi vent’anni fa. “La voglia scalpitava, strillava, tuonava, cantava”. Poi ancora: “Ero contentissimo, ma non te l’ho mai detto che chiedevo Dio ancora, ancora”. Quanta acqua è passata sotto i ponti dal primo disco “che scrivi senza saperlo, perché sono canzoni che collezioni in camera tua, come fossero una fantasia” fino all’ultimo, una polaroid “figlia della vita che sceglie per te anche quando tu a tavolino hai fatto un miliardo di calcoli e pensi di essere stato molto creativo”. Only the strong survive, diceva un vecchio brano soul. Ad maiora Tiziano.

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