“Questo è Pelliccia. È la coppia Starsky & Hutch, fa coppia con Mancuso e sono quasi sempre in borghese. La cifra a loro destinata dal clan era 1500 euro a testa, stando a quello che ci diceva Amodio Ferriero (un uomo dei Puca, ndr)”. Il pentito del clan Puca di Sant’Antimo, Claudio Lamino, sta parlando con gli inquirenti mentre esamina le foto per i riconoscimenti. Si riferisce ad Angelo Pelliccia e Michele Mancuso, già appuntato scelto e maresciallo capo della Tenenza dei carabinieri di Sant’Antimo (Napoli). Due dei cinque carabinieri arrestati su ordine della Dda di Napoli – pm Giuseppina Loreto e Antonella Serio – con accuse di corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Altri tre militari sono stati sospesi dai pubblici uffici per un anno. Misure eseguite dal comando provinciale dei carabinieri di Napoli agli ordini del generale Giuseppe Canio La Gala.

Lamino, sottolinea il gip di Napoli Valentina Gallo, è un pentito attendibile. Ha iniziato a collaborare subito dopo il suo arresto nel 2017. Parte dei suoi verbali sono confluiti nell’ordinanza di arresto (eseguita quell’anno) di Raffaele e Aniello Cesaro, imprenditori di Sant’Antimo e fratelli del senatore di Forza Italia Luigi ‘a Purpetta’ Cesaro. Quando trapela la notizia del pentimento di Lamino i due militari, evidentemente preoccupati dei segreti che li riguardano e di cui è custode, iniziano una forsennata caccia alle carte relative ai suoi interrogatori. Una cimice nascosta nell’auto di servizio Fiat Punto registra Pelliccia e Mancuso mentre discutono di un avvocato che gli ha appena consegnato i verbali in formato informatico Tif: “Adesso li devo fare in un unico Pdf tutti quanti…”. Atti giudiziari che, secondo un’altra conversazione intercettata, “Starsky & Hutch” avrebbero studiato in caserma per poi precostituirsi una eventuale difesa. Durante l’orario di servizio.

I due però non sono finiti ai domiciliari per questo. Il loro arresto invece dipende da circostanziate accuse di corruzione descritte dal pentito e poi riscontrate dalle indagini condotte dal nucleo investigativo dei carabinieri di Castello di Cisterna. Lamino accenna a riunioni del clan “in cui si stabiliva chi doveva ricevere i soldi” e Mancuso “era uno della lista dei carabinieri corrotti”. Soldi “ricevuti nel mobilificio di Pio Di Lorenzo”, ex presidente del consiglio comunale, oppure merce rubata o ottenuto in vario modo: era diventata consuetudine, ad esempio, ottenere in dono prosciutti e capretti. In cambio, i militari “preannunciavano perquisizioni e servizi nei nostri confronti, per quanto riguarda le notizie relative al clan Puca”. Per i Verde e i Ranucci, altri sodalizi malavitosi “in caso di problemi si rivolgevano a Pio Di Lorenzo per avere contatti con questi due carabinieri”.

Lamino rivela il sistema di telefoni “dedicati” escogitato per far arrivare notizie riservate al boss Pasquale Puca e proteggerlo dalle tempeste giudiziarie in arrivo. Uno era di Mancuso. Uno di Di Lorenzo. Il terzo del boss. Il primo chiamava il secondo che comunicava al terzo. Una volta la triangolazione non funzionò, Puca venne arrestato “e il figlio Lorenzo se la prese con Pio chiedendogli il motivo per il quale il padre non era stato avvertito”. La spiegazione che ne ottiene è curiosa e discordante: Martucci sostenne che il cellulare di Di Lorenzo era spento, Di Lorenzo invece disse che l’aveva sempre tenuto acceso. “Ricordo – afferma Lamino – che Lorenzo disse a Piuccio ‘mettetevi d’accordo su chi dice la verità perché mio padre è molto incazzato’”.

La misura degli arresti domiciliari ha riguardato altri tre carabinieri, i marescialli Raffaele Martucci e Vincenzo Palmisano e il brigadiere Corrado Puzzo. Anche per il loro si descrive il consueto giro di soldi, regali (pesce e champagne) e favori in cambio di protezione. L’accusa riguarda pure le vicende, rivelate dal collaboratore di giustizia, della compravendita di una casa a testa a Sant’Antimo. Due attraverso la società di un prestanome di Puca. Acquistate ‘a prezzo di costo’ grazie all’intercessione del boss, con giri di assegni non chiarissimi, e poi vendute con buon guadagno. Uno dei tre, Martucci, ha rivenduto la casa appena 38 giorni dopo il pentimento di Lamino. Secondo gli investigatori non è un caso.

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