Malacalza Investimenti ha presentato una richiesta di risarcimento per 480 milioni a Carige, Fondo Interbancario di tutela dei depositi, anche con lo Schema volontario, e Cassa centrale banca, per il riassetto realizzato con l’aumento di capitale da 700 milioni votato all’assemblea di settembre. Il via libera all’operazione era avvenuto con l’assenza determinante dei Malacalza, che prima dell’aumento erano il primo azionista della banca con il 27,7% e sono stati diluiti oggi a poco più del 2% del capitale. Malacalza non ha però chiesto la sospensiva: si limita a chiedere il danno in solido ai soggetti che hanno realizzato l’operazione.

Uno degli argomenti per impugnare la delibera dell’assemblea è che sia stato illegittimamente escluso il diritto di opzione degli azionisti. Si sostiene che era necessario che tale esclusione venisse adeguatamente spiegata e illustrata. L’azione sostiene poi che la delibera non è valida perché il prezzo delle azioni è stato determinato in violazione del principio della parità contabile, senza che siano cioè collegate al patrimonio netto. Al 30 giugno 2019 era stato indicato in 1,5 miliardi di euro, si sostiene, per diventare 30 volte di meno all’assemblea. L’atto punta anche contro una fissazione del prezzo delle azioni in violazione dell’art. 2441 comma 6 del codice civile e lamenta un “trasferimento forzoso di ricchezza” dai vecchi ai nuovi azionisti.

Oggi Carige, a valle della ricapitalizzazione, fa capo per quasi l’80% al Fitd, mentre Ccb ha l’8,3%, oltre ad avere in base all’accordo quadro sottoscritto con Fitd e Svi diritti per acquistarne a sconto la quota. Una richiesta danni alla sola Carige è stata depositata in questi giorni anche da una quarantina di piccoli soci dell’associazione la Voce degli azionisti. Un’azione di risarcimento era stata avviata anche dalla categoria degli azionisti di risparmio, con l’udienza già fissata per il 31 marzo.

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