di Massimo Caon

L’uccisione recente di uno dei vertici militari dello Stato iraniano ha lasciato sgomento nell’opinione pubblica internazionale; ancora una volta assistiamo al riassestamento di segmenti geopolitici in cui blocchi continentali come la Russia, gli Usa o il Vicino Oriente svolgono politiche autonome mentre la comunità europea galleggia tra il Mediterraneo e il Mare del Nord.

L’uccisione del generale Soleimani è rilevante in quanto atto di forza asimmetrico e arbitrario operato ai danni di una nazione da parte di un’altra nazione, inscrivendosi nel regime anarchico che da sempre governa le dinamiche internazionali sulla base della forza e che da una manciata di decenni si cerca di alterare con l’introduzione della collegialità nelle decisioni comuni; è ancor più rilevante perché le ricadute di un atto militare di questa portata coinvolgeranno direttamente gli approvvigionamenti energetici, la sicurezza contro il terrorismo e le relazioni dell’Europa col Medioriente moderato.

Ma andando un attimo al di là del fatto specifico, e riflettendo per sottrazione (sono mancate delle reazioni che dovevano emergere? Perché?) possiamo notare come la Storia stia presentando il conto alla comunità del Vecchio Mondo, mostrandole la verità che essa si rifiuta di guardare in faccia da tempo: l’Europa, di fatto, sta scomparendo.

Siamo diventati un manipolo di nazioni insignificanti che gravitano disordinatamente verso il blocco cinese, russo, americano e mediorientale, senza alcun progetto e disegno comune, convinti come un bambino di essere al riparo grazie alle nostre buone idee e ragioni, sicuri di poter affrontare temi mostruosi come il disastro ambientale o l’annientamento nucleare grazie ad accordi e patti contratti sempre su base nazionale, sorretti dalla nostra Storia e dal nostro know-how.

Dal sovranismo dell’Est che si finge rottamato e scevro di ogni parentela coi nazionalismi di cent’anni fa (e che, nell’Italia dei pesci rossi giova ricordare, ci ha lasciato in eredità due guerre mondiali) per poi riproporre una diplomazia fatta di anarchismo e autonomia tra Stati, al capitalismo totalitario delle sedicenti sinistre europeiste (sinistre odiate da moltissimi lavoratori manuali, ma tant’è) incapaci di configurare un progetto filosofico e politico per l’Europa, non vi è nulla oggi nel Vecchio Mondo che parli di una dialettica economica per la trasformazione dei meccanismi aberranti del Neoliberismo, di una visione del sociale che possa interpretare il posto del nostro continente nell’età (post?) contemporanea.

Ecco perché questo fatto di cronaca mi induce a questa digressione, perché solo un’Europa unita avrebbe potuto imporre agli Stati Uniti una condotta diversa, perché almeno un’Europa di Stati confederati (che mettano in comune energia, sicurezza esterna e interna e diplomazia) è necessaria se vogliamo ancora vivere da europei, vedendo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino non come un mezzo atto a prevaricare i diritti delle nostre colonie, ma come la memoria del nostro futuro.

Mi auguro che la crisi derivante dal gravissimo abuso di potere oggi in prima pagina faccia emergere la posta in gioco. Ovunque intorno all’Europa sorgono grandi imperi: Cina, India, Usa, Russia solo per citare i casi più clamorosi. Se Francia, Germania, Italia e il resto della nave vogliono proseguire il viaggio ancora in possesso della propria identità, è necessario che alla tavola degli imperi prenda posto anche l’Europa, e che essa con tutta la sua forza, la sua storia, il suo sapere e la sua autorevolezza si imponga su arbitrii come quello che ha portato all’assassinio del generale iraniano, mostrando al mondo la via d’uscita. Almeno una.

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