Turchia, i 3 giorni di Bilgi: gli studenti hanno riconquistato la loro università. “Cantando Bella Ciao come a Gezi Park”
Per oltre 20.000 studenti dell’Università Bilgi, le ansie della giovane età adulta si sono sommate, da un giorno all’altro, all’incertezza della vita in un paese sempre più autoritario. Con una sola firma, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha chiuso, tramite decreto presidenziale, una delle università private più importanti del paese. I dipendenti dell’università non avrebbero ricevuto l’ultimo stipendio, gli studenti sarebbero stati automaticamente trasferiti all’Università Mimar Sinan, che non offriva molti dei loro corsi di laurea, e non era chiaro se gli studenti all’ultimo anno sarebbero effettivamente riusciti a laurearsi. In un paese già segnato da disoccupazione di massa e turbolenze politiche, si è trattato dell’ennesima intrusione nella vita quotidiana. Questo fino a quando un movimento studentesco non ha riconquistato la propria università in tre giorni, consolidando una rara e storica vittoria per il movimento di opposizione turco: una vittoria ottenuta nelle strade, piuttosto che in parlamento, alle urne o nei tribunali, che molti giovani ritengono li abbiano costantemente delusi.
La mattina dopo l’annuncio della chiusura, un mese fa, circa 2.000 tra studenti e sostenitori si sono radunati dentro e fuori i cancelli dell’università. A coloro che si trovavano fuori dal campus è stato infine consentito l’ingresso, man mano che il numero dei manifestanti aumentava e la pressione cresceva. Dopo una marcia verso lo spazio verde centrale, gli organizzatori hanno tenuto discorsi e letto comunicati stampa. Gli studenti hanno suonato musica dal vivo, ballato l’halay e indetto un’occupazione fino alla riapertura dell’università. Una volta che la situazione si è calmata e la folla si è dispersa, gli studenti si sono detti molto preoccupati del loro futuro. Molti hanno posto domande su disoccupazione, alloggi, stipendi e lezioni, con poche risposte riguardo al decreto inaspettato. Momenti di umorismo nero si sono alternati a risate, silenzi, altre domande accompagnate da ulteriori speculazioni e discussioni politiche, spesso condite da aspre critiche al partito al governo, fondato da Erdogan 23 anni fa, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP).
Molti studenti si sono riferiti al campus come di una casa e di un ecosistema, di cui si prendevano cura con orgoglio. Hatice Anlağan, studentessa di master e dipendente universitaria, ha raccontato di aver già vissuto questa brutta esperienza un’altra volta. Era studentessa all’Università di İstanbul Şehir, chiusa dallo Stato in modo simile nel 2020. Entrambe le chiusure erano avvenute in prossimità delle vacanze, probabilmente per evitare le proteste degli studenti che sarebbero tornati nelle loro città d’origine. “Stavo mettendo in guardia le persone sulla situazione che avremmo potuto trovarci ad affrontare in futuro – ha spiegato – stavo cercando di far capire loro cosa ci aspetta se non restiamo solidi e fermi contro questa ennesima dimostrazione di dispotismo da parte di Erdogan, se non ci opponiamo a questa decisione in modo concreto. Se non lo facciamo, è finita”.
Alcuni studenti erano rimasti a occupare il campus anche la notte, ma il terzo giorno la sicurezza li ha sgomberati. È stato proprio questo terzo giorno il più movimentato, segnato dalla brutalità della polizia e dall’uso di gas lacrimogeni, ma che ha dimostrato anche la determinazione dei manifestanti e forse ha sancito la loro vittoria. Gli studenti si sono presi per mano schierandosi contro le ondate di poliziotti in tenuta antisommossa. Dietro le numerose file di agenti si ergeva un “Toma” – un carro armato dotato di cannone ad acqua spesso utilizzato per disperdere i manifestanti – uno dei tanti presenti sul posto. Gli studenti speravano di occupare la loro università, ma la polizia si è conportata come una forza militare di occupazione.
La resistenza studentesca non ha riguardato solo il loro diritto all’istruzione, ma è stata un referendum sulla dignità e sul diritto di decidere il proprio futuro. Gli slogan lo hanno indicato chiaramente e hanno messo in luce anche un’ampia rappresentanza di gruppi e interessi politici che si sono uniti per raggiungere questo obiettivo collettivo. Allora come oggi, gli studenti hanno innalzato cartelli contro il partito di governo di cui è ancora segretario il presidente-autocrate Erdogan: “Né il fiduciario del governo che ci hanno imposto né l’AKP, i campus sono nostri”. I socialisti rivoluzionari hanno scandito: “Guerra fino alla liberazione”, in riferimento ai rivoluzionari comunisti caduti. I gruppi LGBTI+ hanno cantato ironicamente: “Dove sei amore mio, sono qui amore mio”. Tutti hanno cantato, come ai tempi della rivolta popolare di Gezi Park nel 2013, la versione turca di “Bella Ciao“, con il refrain cantato in italiano.
Emir Aydoğan, rappresentante del sindacato degli insegnanti del settore privato, ha affermato che l’Università Bilgi – commissariata 3 anni fa- presentava già prima della chiusura del mese scorso problemi significativi relativi a salari, diritti dei lavoratori e tasse universitarie elevate. “Sottolineiamo che non difendiamo l’Università Bilgi così com’è… ma ci sono ancora alcune pratiche, tradizioni culturali e percorsi educativi di stampo egualitario e libertario tra studenti, docenti e lavoratori… Noi difendiamo l’università, la parte di università che noi stessi creiamo”, ha dichiarato. “Dopo questa resistenza, ci troviamo in una posizione migliore per risolvere i problemi dell’università preesistenti al decreto, alla chiusura e ora alla riapertura – ha concluso -. È stata una grande vittoria anche per tutta la comunità universitaria turca”.