L’editoria è in crisi. Il governo ipotizza prepensionamenti per i giornalisti e la loro sostituzione con nuove figure professionali. Con grave danno dell’Inpgi, la cassa previdenziale di categoria, e foschi scenari per le casse pubbliche. Ma tutto questo non incide affatto sulla diffusa prassi di staccare assegni milionari a vantaggio degli amministratori in uscita dai gruppi editoriali. Prova ne è l’assegno che Gedi spa, editrice di La Repubblica e La Stampa, ha deciso di pagare all’ amministratore delegato uscente, Laura Cioli: 1,85 milioni, di cui “il 95% a titolo di incentivo all’esodo e 5% residuo a titolo transattivo” come spiega una nota dell’editrice, appena passata sotto il totale controllo della Exor degli Agnelli. Si tratta di una cifra importante che ha immediatamente suscitato la reazione del Comitato di redazione, il sindacato interno dei giornalisti, che ha evidenziato come i risultati raggiunti dal management sono legati a doppio filo con i sacrifici chiesti ai lavoratori.

“In relazione alle decisioni assunte dal cda del gruppo Gedi il Cdr di Repubblica prende atto del cambio al vertice della governance aziendale. E si augura di poter riprendere al più presto il confronto sul piano di rilancio per il nuovo anno, congelato dalla modifica degli assetti proprietari – si legge nella nota sindacale diffusa lunedì 16 dicembre – Il Cdr prende inoltre atto, con riferimento alla risoluzione del rapporto tra l’ingegner Cioli e Gedi Spa, che il cda del gruppo ha deliberato la corresponsione di un importo pari a 1.850.000 euro lordi (…) e di ulteriori 100.000 euro lordi quale riconoscimento del raggiungimento degli obiettivi manageriali”. Per il sindacato, pur trattandosi di “riconoscimenti in linea con regole e consuetudini diffuse”, non può trascurare che “ i risultati raggiunti dal management del gruppo Gedi sono stati possibili in larga misura grazie al sacrificio economico e professionale dei lavoratori dipendenti (giornalisti e poligrafici) dell’ azienda, che in questi anni hanno concordato con enorme senso di responsabilità ripetuti interventi di riduzione dei costi del lavoro e di riorganizzazione delle redazioni. Senza un pari impegno da parte dell’ azienda sul fronte degli investimenti e del sostegno al rilancio di Repubblica”. Per questo il comitato di redazione di La Repubblica “nell’augurare buon lavoro all’ ing. Scanavino, non può che constatare come ancora una volta la politica dei sacrifici sia stata caricata esclusivamente sui lavoratori dipendenti. Una tendenza che noi crediamo si debba invertire” conclude la nota.

I giornalisti di La Repubblica sono peraltro in buona compagnia. Le loro proteste ricordano infatti quelle dei giornalisti del Corriere della Sera e dell’intero gruppo Rcs che la Cioli guidò fra ottobre e agosto del 2015. Anche in quella occasione l’uscita della Cioli dalla casa editrice fece discutere per via di un assegno di uscita da 3,75 milioni per soli dieci mesi di lavoro. La Cioli era infatti approdata in Rcs dopo le dimissioni nell’ottobre 2015 di Pietro Scott Jovane per lasciare l’azienda dopo l’acquisizione della casa editrice da parte di Urbano Cairo. Una storia, per certi versi, simile a quella di Gedi.

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