E’ il giorno che potrebbe dare una svolta al futuro del governo Conte 2. Affrontata e non ancora esaurita l’ultima emergenza – il salvataggio della Banca Popolare di Bari – l’esecutivo è chiamato a due prove campali, stress test sulle fondamenta e sulla ragione sociale: prima il voto di fiducia sulla manovra al Senato – che al 16 dicembre è il primo giudizio del Parlamento sulla legge di Bilancio dei giallorossi -, poi un vertice di maggioranza a Palazzo Chigi che dovrebbe essere il primo impulso a quella che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte vuole come “agenda 2023“. Il primo capitolo in discussione sarà l’autonomia regionale: il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ha un testo pronto dopo l’accordo con i governatori, ma su questo punto ancora una volta è il M5s a rallentare, così com’era avvenuto ai tempi del governo con la Lega. Il Pd, in particolare, vorrebbe un percorso chiaro dell’esecutivo su 4 punti: autonomia, appunto, giustizia, fisco, Europa.

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà ha formalizzato la richiesta di porre la questione di fiducia sul maxi-emendamento dell’esecutivo, dopo le trattative faticose di queste settimane. Le dichiarazioni di voto sono in programma dalle 14, quindi entro le 17 dovrebbe esserci il voto. In caso di approvazione il testo andrà alla Camera, dove non dovrebbero esserci stravolgimenti proprio perché il tempo è stretto e un terzo passaggio – di nuovo a Palazzo Madama – avrebbe poco margine. Al Senato, dov’è presente già dalla mattinata il segretario della Lega Matteo Salvini, potrebbe intervenire anche Matteo Renzi, il capo di Italia Viva, il partito più nervoso negli ultimi giorni nel recinto della maggioranza. Nel merito, invece, secondo quanto apprende l’Ansa, potrebbero essere escluse dal provvedimento per inammissibilità alcune norme (15 in particolare) introdotte negli ultimi passaggi in commissione: tra queste quelle sulla liberalizzazione della cannabis light e sulla tobin tax, l’imposta sulle transazioni finanziarie online allo 0,04 per cento.

Restano sul tavolo le dinamiche di tensione in maggioranza, spesso dovute alla necessità delle forze politiche più in difficoltà di avere maggiore visibilità. In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro Boccia avverte gli alleati di governo: “Molti ministri lavorano per ricostruire un legame di fiducia con le viscere del Paese. Se però si vive in un conflitto permanente e quando si arriva ai conti c’è sempre un semaforo rosso, penso sia inevitabile per il Pd chiamare il game over“. Più chiaramente: “Se il Pd deve essere il partito che incolla i cocci, mentre gli altri stanno sulla pedana a dire solo sì o no, hanno fatto male i conti – continua Boccia – Senza una posizione seria e comune su cosa debba essere lo Stato regolatore, da Bpb a Ilva, da Alitalia a Whirlpool, non si va lontano. Il Pd ha idee chiare, se gli altri partiti vanno a tentativi quotidiani è un problema serio”. E le tensioni, ricorda il ministro, si sono manifestate anche in sede europea, quando ci si è trovati ad andare a discutere di Mes con i ministri dell’Economia dei 27: “Non si può vivere di tira e molla. Sull’Europa si era partiti col sì per von der Leyen, poi sul Mes hanno rimesso tutto in discussione. E così sulla giustizia. Ho trovato il tutti contro tutti. Ora c’è l’unanimità delle istituzioni territoriali e però manca la maggioranza. Il M5s dice ‘poi vediamo’, ma così non si va lontano”.

Quando si passa, invece, agli elogi, Boccia nomina per primo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che sulla PopBari “fa un lavoro straordinario e cuce ogni giorno, con pazienza e generosità. Quando bisogna fare un intervento a mercati chiusi lo decidono ministro dell’Economia e premier. E ci si fida, punto”. Quanto all’assenza al vertice di governo di Matteo Renzi e Luigi Di Maio, “Conte e Gualtieri sono stati corretti. Invece di fuggire, dobbiamo assumerci la responsabilità di garantire risparmiatori, lavoratori, clienti e fornitori, per la Puglia e per l’interno Mezzogiorno. Quando il mercato fallisce tocca allo Stato e io auspico che entri il Mediocredito centrale, con Invitalia e con manager all’altezza”. E su Bankitalia: “Le autorità indipendenti non vanno screditate senza adeguate informazioni. Il Parlamento ha gli strumenti per verificare il lavoro svolto e non è serio minacciare. Tocca alla magistratura dire chi ha sbagliato e io mi fido”.

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