E alla fine Matteo Renzi ha aperto pure alla Lega. Dopo il famoso patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, il leader di Italia Viva ha strizzato l’occhio anche a quello che da mesi considera il suo nemico numero uno: Matteo Salvini. Lo ha fatto in Senato alla fine della sua dichiarazione di voto sulla manovra economica. “Io – ha detto Renzi – voglio credere ai capi della Lega che evidentemente hanno superato la sbornia antieuropeista del no al Mes visto che sono arrivati a proporre un governo di unità nazionale. Una simpatica tarantella… Se davvero hanno voglia di essere seri e responsabili verso questo Parlamento, votino il piano shock sui cantieri“. Quindi ha aggiunto: “Quella che ha portato la Lega a immaginare un governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi è una simpatica tarantella che merita di essere approfondita. I colleghi della Lega mei giorni pari sono europeisti e in quelli dispari antieuropeisti”.

Una dichiarazione molto simile a quella rilasciata nel pomeriggio ai microfoni di Radio Uno: “A gennaio ci sarà il decreto sullo sblocca cantieri, se Salvini vuol dare una mano, lo faccia, anziché lanciare strane ammucchiate. Il punto di fondo è la posizione della Lega verso l’Europa: Salvini a volte sta con Draghi e a volte con Borghi e Bagnai. Se la Lega diventa europeista è fatto positivo”, ha detto rispondendo a una domanda di Gianni Minoli. È con l’intervento a Palazzo Madama, però, che l’ex premier è diventato il primo leader della maggioranza a rispondere positivamente all’offerta messa sul tavolo a sorpresa da Salvini sabato scorso.

Intervenendo a margine del No Tax Day a Milano, il leader della Lega aveva proposto la nascita di un “comitato di salvezza nazionale che metta insieme maggioranza e opposizione per affrontare cinque emergenze del Paese, dal caso della Banca Popolare di Bari alle infrastrutture e alla tutela della salute. “Chiamiamo tutti intorno al tavolo, da Leu a Forza Italia“, ha detto. L’obiettivo rimane sempre quello di tornare alle urne il prima possibile, ma prima sperimentando (di nuovo) le larghe intese per fare le riforme di cui ha bisogno il Paese. “Adesso io chiedo al signor Conte”, ha detto Salvini rivolgendosi al premier, “di smettere di insultare, di minacciare querele, sediamoci, ragioniamo di cosa serve all’Italia”.

Il segretario del Carroccio, in pratica ha per la prima volta indossato un abito moderato, riproponendo una proposta che nelle scorse settimane era stata fatta da uno dei suoi fedelissimi Giancarlo Giorgetti. L’ex sottosegretario l’idea di un comitato d’unità nazionale l’aveva lanciata già due mesi fa. Salvini lo aveva sconfessato, mentre ora sembra sposare le sue posizioni. In 48 ore, però, nessuno gli ha replicato in modo positivo: non Giuseppe Conte, né Nicola Zingaretti e nemmeno Luigi Di Maio. Come dire: per il governo Salvini non è un interlocutore credibile. Almeno fino alle parole di Renzi, che tra i microfoni di Radio Uno e quelli ben più ufficiali di Palazzo Madama ha socchiuso la porta all’ex ministro dell’Interno. E va sottolineato come al secondo posto tra le cinque emergenze del Paese elencate da Salvini ci siano le “infrastrutture“, cioè proprio il tema citato da Renzi in Senato.

D’altra parte solo dieci giorni fa La Stampa raccontava di un faccia a faccia tra i due leader, ospitato da Denis Verdini nella sua casa sulle colline di Firenze. Il fidanzato della figlia dell’ex senatore Verdini e il pupillo del regista del patto del Nazareno avrebbero sorseggiato Chianti ragionando sul futuro dei governo. L’ufficio stampa di Italia Viva aveva smentito ma da quel momento i toni utilizzati da Renzi nei confronti del leader della Lega hanno cominciato ad essere sempre più morbidi. D’altra parte il suo partito veleggia tra il 4 e il 5%: un ritorno alle urne non gioverebbe certo ai renziani.

“La legge elettorale? In un paese civile le regole si scrivono insieme…”, dice Salvini, che ormai non cita neanche più l’ex premier tra i “nemici”. “Facciamo proposte, ci pagano per questo, non per litigare. Conte, Di Maio e Zingaretti evidentemente preferiscono il litigio alla discussione. Se chi è al governo non è in grado di far da solo chieda una mano, vogliamo aiutare a risolvere i principali problemi del Paese”. In via Bellerio, infatti, da alcune settimane è scattata una campanella: se il governo cade ora si torna alle urne e si vince. Ma il Parlamento è molto poco incline ad autosciogliersi: è più dura il Conte 2 più Salvini rischia di logorarsi. Mentre parallelamenteè sempre più allarmante la crescita di Giorgia Meloni. Che infatti ha espresso dubbi sulla proposta del Carroccio di una sorta di tavolo nazionale. Per questo motivo adesso ha tirato fuori quest’idea delle larghe intese d’unità nazionale. Ignorata da tutti tranne che da Renzi.

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