“La realtà è l’unica verità” hanno sempre detto i vecchi peronisti e sembra che il loro ritorno al governo in Argentina ne sia la testimonianza. Il paese che lascia Mauricio Macri in eredità al duo Fernandez è di una reale ed estrema fragilità. Il pacchetto di misure che il nuovo ministro dell’Economia, Martin Guzmàn, ha presentato per proteggere quella parte della popolazione più vulnerabile e ristabilire il paese sarà presentato al congresso nei prossimi giorni. “Quello che è stato fatto durante il governo Macri con le pensioni – secondo Guzmàn – è inaccettabile. Ad esempio nell’unico anno in cui c’è stata una crescita del paese, si è deciso di cambiare una legge che ha impedito di fatto di ridistribuire le ricchezze ai pensionati, e si sono tolti i farmaci gratuiti”.

L’economia è a pezzi, la più malandata dell’America Latina: la maggiore inflazione dal 1991, in quattro anni di governo Macri è arrivata al 300 per cento; hanno chiuso 20mila imprese, l’industria ha perduto 144mila posti di lavoro, la disoccupazione (ufficiale) è quasi all’11 per cento; il debito pubblico è alle stelle al pari del rischio paese. Com’è possibile, mi chiedo tutte le volte che atterro a Buenos Aires e vedo la grandezza del Rio De la Plata, il fiume che sembra un mare – è talmente grande che non si vedono le sponde opposte – che il granaio del mondo sia ridotto in questo stato, che ci siano bambini che muoiono di fame?! La domanda risulta retorica ma inevitabile.

Il centro della capital federal, dove se non ci pensi credi di essere a Madrid o a Parigi per l’architettura dei palazzi, è quello di una metropoli: uffici, negozi dei grandi marchi, ristoranti. Ma basta solo spostarsi di poco e la situazione di degrado ti appare in tutta la sua grandezza. Dietro al Retiro, la stazione degli autobus a lunga percorrenza, quelli che gli argentini usano per girare il paese, dopo che le ferrovie sono state fatte a pezzi nell’epoca di Menem, incombono da decenni favelas enormi, tra cui la famosa “villa 31” dove andava spesso il cardinale Bergoglio. I caseggiati fatti di lamiere e pezzi di legno, che per altezza arrivano quasi a toccare i guardrail dell’autostrada che passa lì vicino, si impongono al tuo sguardo.

La villa 31 certo non è una creazione dell’epoca di Macri, è lì da decenni, ma potremmo dire che è la foto simbolo dell’Argentina. Le scarse risorse finanziarie il nuovo presidente Alberto Fernandez, avvocato, già nel governo Kirchner del 2003, le metterà per le necessità più urgenti. Sussidi alla fasce bisognose, per rianimare il mercato del consumo interno, crediti straordinari fuori dal circuito bancario alle piccole e medie imprese per riattivare produzione e occupazione. Altri capitoli come la sanità pubblica e il sistema scolastico dovranno essere riorganizzati.

Al Fondo monetario internazionale Fernandez chiede pazienza. Da parte sua l’Fmi ha appoggiato le dichiarazioni del presidente e del nuovo ministro dell’Economia e si è dimostrato a favore di misure di protezione sociale. Alberto Fernandez ha strutturato il suo discorso di insediamento su una base culturale e filosofica che ha bene in mente l’uscita dal labirinto neoliberale della politica e l’inclusione. E a questo proposito ha subito istituito il Ministero delle donne, delle Politiche di genere e delle diversità sessuali. Sarà il primo presidente al mondo – ha detto Fernandez – che farà sua la consegna dell’organizzazione delle donne Ni una menos.

Oggi intanto il ministro della Salute pubblica fa sapere che ha messo in vigore il Protocollo sanitario al quale devono attenersi i medici che negli ospedali applicano l’aborto in quelle circostanze previste e permesse dalle attuali leggi, ossia in caso di stupro soprattutto su bambine di età minore. L’aborto in Argentina, nonostante la lunga e dura lotta delle donne, è ancora illegale, ma sicuramente la presa di posizione del nuovo governo Fernandez è nella direzione di un’aperta discussione in Parlamento. Le donne del panuelo verde ci sperano, per poter dire Nunca mas, mai più anche alle donne morte sui tavoli delle mammane e alle ragazzine di 11 anni violentate e costrette a partorire.

Intanto il 10 dicembre alle 20.25 è tornata ad illuminarsi l’immagine di Evita Peron, che si trova sulla facciata del Ministero dello sviluppo sociale e che per tutta la durata del governo Macri era rimasta spenta. Chissà se adesso in Argentina tornerà anche Bergoglio, il papa peronista che si dice abbia dato una mano all’elezione del duo Fernandez e che da quando è stato eletto pontefice non è mai ritornato a Buenos Aires.

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