Non arriveranno con la manovra le nuove regole sulla governance del Garante della Privacy, né lo slittamento di un mese della nomina del nuovo Garante insieme a quello dell’Agcom. L’emendamento dei relatori è stato infatti giudicato inammissibile per materia dalla commissione Bilancio del Senato. La proposta prevedeva che il potere di nominare il presidente venisse attribuito al governo e rinviava al 31 gennaio del 2020 la scadenza degli attuali vertici dell’authority, così come di quelli dell’Agcom.

In base all’emendamento il collegio sarebbe salito da quattro a cinque componenti e il presidente sarebbe stato “nominato con decreto del Presidente della Repubblica, previa delibera” del consiglio dei ministri. Nomine che però non sarebbero effettive in assenza di un parere positivo da parte delle commissioni parlamentari a maggioranza dei due terzi dei propri membri. Oggi i quattro membri sono eletti dalle Camere e a loro volta scelgono uno di loro come presidente.

Con due diversi decreti legge tra agosto e settembre erano già state prorogate le funzioni degli attuali collegi “limitatamente agli atti di ordinaria amministrazione e a quelli indifferibili e urgenti” fino al 31 dicembre di quest’anno, consentendo quindi ad Antonello Soro (Privacy) ed Angelo Cardani di continuare a ricoprire il ruolo oltre la scadenza del mandato. L’emendamento alla manovra stabiliva che, nelle more dell’elezione del nuovo presidente, le funzioni sarebbero state svolte “dal componente del Collegio eletto che abbia ottenuto in percentuale il maggior numero di voti in sede di elezioni da parte del Parlamento e in caso di parità dal componente più anziano“.

Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri aveva attaccato affermando che la proposta riforma “sarebbe una grave illegalità”. La procedura per il rinnovo delle authority è partita già da tempo e i candidati hanno già inviato i curriculum al Parlamento.

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