Martina Rossi, 20 anni, genovese, nell’agosto del 2011 è in vacanza con le amiche a Palma di Maiorca (Spagna). La sera del 3 le compagne di viaggio si chiudono in stanza con due ragazzi. Lei sale in stanza con due giovani aretini Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, ma dopo venti minuti si sente un urlo straziante – come raccontato da due cittadini danesi che sono nella camera accanto – e i passi precipitosi di qualcuno per le scale. La ragazza è a terra senza vita dopo un volo dal sesto piano. Non ha le ciabatte e non ha indosso i pantaloncini. Le indagini spagnole però si chiudono con un nulla di fatto: archiviazione con l’ipotesi del suicidio. Una cameriera ha visto la giovane gettarsi giù, ma sono molte le incongruenze in quella ricostruzione.

La famiglia della ragazza inizia una lunga battaglia. L’inchiesta italiana viene aperta a Genova, città di residenza di Martina, e si chiude nel 2014 con quattro indagati quattro persone: a due viene contestata la falsa testimonianza. Il filone principale passa passa ad Arezzo per competenza territoriale: i due indagati sono di Castel Fibocchi. Un passaggio questo tra procure che però prende quasi tre anni. Gli inquirenti toscani decidono di riesumare il cadavere per eseguire una nuova autopsia: le indagini vengono chiuse il 12 febbraio 2017, il 28 novembre dello stesso anni i due giovani vengono rinviati a giudizio per tentata violenza sessuale di gruppo e morte in conseguenza di un altro reato. La 20enne cercava di sfuggire, secondo la ricostruzione degli inquirenti, da un tentativo di stupro ed essendo chiusa la porta ha tentato di scavalcare per raggiungere il balcone della sua stanza. I due imputati, attraverso la difesa, sostengono di non aver nulla di male e che Martina si è tolta la vita. Il processo di primo grado dura poco più di un anno e si conclude con la richiesta di pena dell’accusa di 7 anni e la condanna degli imputati a sei anni. È il 14 dicembre 2018.

Nelle motivazioni del verdetto di condanna i giudici scrivono che “qualcuno spogliò la studentessa… per abusarne in una camera al sesto piano dell’hotel di Palma di Maiorca (Spagna)” e nella stanza c’erano solo gli imputati. In 113 pagine i giudici ricostruiscono l’intera vicenda e inquadrano le testimonianze per provare i reati contestati. Per sostenere la sussistenza del tentativo di violenza i magistrati sottolineano pure la sparizione dei pantaloncini e delle ciabatte che la ragazza indossava. “I suoi occhiali invece sono stati fatti ritrovare perfettamente puliti”. Nelle motivazione si sottolinea come la studentessa non bevesse né facesse uso di droga: “Non aveva assunto sostanze stupefacenti né psicofarmaci come dimostrano le analisi tossicologiche fatte nell’immediatezza dai tecnici spagnoli sui campioni prelevati in autopsia che escludono con certezza anche la presenza di alcol nel corpo della ragazza”. Martina non era in cura farmacologica e “non aveva mostrato alcun interesse sessuale né per Albertoni né per Vanneschi”. Per i giudici “i graffi sul collo di Alessandro Albertoni erano ben evidenti e visibili”, segni di un tentativo di reazione della giovane. E lui stesso ad ammettere che gli sono stati fatti dalla studentessa. Ne consegue per i giudici che “Martina Rossi ha reagito ad un tentativo di violenza nei suoi confronti“. La conclusione è che Martina ha tentato una fuga disperata dai suoi aggressori: vede il muretto sul balcone che separa la stanza dei due giovani da un’altra e lo considera una via di fuga, ma in preda alla paura e tradita dalla scarsa vista, poiché è miope e non ha gli occhiali, perde l’equilibrio e cade nel vuoto, quasi sulla verticale del muretto stesso. Come loro diritto gli imputati hanno presentato ricorso. Il muretto che separa le due camere, un divisorio di circa un metro di altezza e quaranta centimetri di larghezza, secondo i legali della difesa, Stefano Buricchi e Tiberio Baroni, avvocati rispettivamente di Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni, sarebbe stato, invece, la prova del suicidio della giovane perché – questa la tesi sostenuta durante tutto il dibattimento – poteva essere scavalcato con facilità, e se Martina avesse voluto scappare avrebbe potuto farlo senza grosse difficoltà.

Il processo d’appello inizia quasi un anno dopo il verdetto di primo grado. Lo scorso 28 novembre la presidente della corte d’appello di Firenze però dichiara prescritto il reato di morte in conseguenza di un altro reato, cancellato dal troppo tempo trascorso lo scorso febbraio. Il dibattimento viene rinviato il processo al 20 settembre 2020 per dare spazio e tempo a processi con imputati detenuti. Un rinvio lunghissimo che dopo le polemiche innescato è stato poi fissato al 19 febbraio 2020.

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