“Stato d’eccezione permanente”. Dal titolo ossimorico, un nuovo rapporto di Amnesty International sull’Egitto punta il dito sulla Procura per la sicurezza dello stato, definendola “un minaccioso strumento di repressione”.

Responsabile delle indagini sulle minacce alla sicurezza nazionale, la Procura speciale è accusata di abusare regolarmente delle norme antiterrorismo per annullare le garanzie sul giusto processo, perseguire migliaia di persone che hanno criticato il governo in modo pacifico e di essere complice di sparizioni forzate e torture.

Da quando Abdelfattah al-Sisi è salito al potere, nel luglio 2013, la Procura suprema ha ampliato la definizione di “terrorismo” fino a comprendere le proteste pacifiche, i post sui social media e le legittime attività politiche, col risultato che chi critica in modo pacifico il governo è considerato un nemico dello stato. Sotto al-Sisi il numero dei casi trattati dalla Procura suprema è aumentato di tre volte: da 529 nel 2013 a 1739 nel 2018.

Si tratta, per l’appunto, di uno “stato d’eccezione permanente”. Di fatto, è stata ripristinata la prassi della detenzione amministrativa in vigore nell’era Mubarak – ossia la detenzione senza processo a tempo potenzialmente indeterminato – cui si è aggiunta nel 2017 la proclamazione dello stato d’emergenza, che era stato giudicato incostituzionale nel 2013.

Il rapporto di Amnesty documenta 138 casi – una piccola parte – di persone arrestate dalla Procura suprema dal 2013 al 2019. Di questi 138 casi, 56 riguardano persone arrestate per aver preso parte a proteste o per aver fatto dichiarazioni sui social media e 76 persone arrestate sulla base delle loro attività politiche o in favore dei diritti umani recenti e passate; infine, sei persone sono accusate di essere state coinvolte in atti di violenza.

Nella maggior parte dei casi, queste persone risultano indagate per l’accusa di militanza o favoreggiamento del terrorismo o di altri gruppi illegali. In realtà, molte di loro sono detenute solo sulla base di prove segrete emerse dalle indagini della polizia, che la massima corte egiziana ha stabilito nel 2015 non rappresentare di per sé delle prove, o sulla base di contenuti diffusi online che criticano le autorità egiziane ma non costituiscono incitamento.

Dalle ricerche di Amnesty International è emerso che la detenzione preventiva dura in media 345 giorni e che in un caso si è estesa per 1263 giorni, al termine dei quali è avvenuto il rilascio senza rinvio a processo. In questo periodo, è raro che i detenuti vengano interrogati più di una volta.

Il rapporto di Amnesty International si occupa anche di 112 casi di sparizione forzata per periodi fino a 183 giorni. Responsabile delle sparizioni è prevalentemente l’Agenzia per la sicurezza nazionale. Ma la Procura speciale gioca un ruolo importante anche in questo caso: rifiuta sistematicamente di disporre indagini sulle denunce di sparizione forzata e tortura e presenta ai processi delle confessioni estorte con la tortura. In alcuni casi, imputati giudicati colpevoli sulla base di questo genere di prove sono stati messi a morte.

Mette paura cosa potrebbe succedere nelle prossime settimane. Due mesi fa le autorità egiziane hanno reagito a una rara ondata di proteste con una massiccia serie di arresti, oltre 4000, per lo più eseguiti a caso nel giro di poche settimane. La Procura speciale ha aperto indagini sulla maggior parte degli arrestati per il loro presunto coinvolgimento nelle proteste e per accuse relative a fatti di “terrorismo”.

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