Il rifiuto nei confronti delle classi politiche e delle istituzioni cosiddette democratiche – che per la verità di democratico hanno sempre meno – costituisce un tratto rappresentativo molto significativo dell’attuale fase politica internazionale. Dall’Algeria al Sudan, dall’Iraq al Cile, dalla Catalogna alla Francia, masse crescenti e sempre più arrabbiate di popolo scendono in piazza per contestare i governi asserviti alle logiche neoliberiste e neocoloniali, scontrandosi a volte con una brutale e feroce repressione che lascia sul terreno decine e decine di morti e di feriti.

Il fenomeno ha portata globale e non poteva quindi non interessare anche un Paese come l’Italia. Qui tuttavia esso appare ancora ben lungi dall’esprimere tutte le sue potenzialità e si manifesta con tratti abbastanza peculiari, riagganciandosi da un lato alle mobilitazioni ambientaliste delle giovani generazioni che non si rassegnano a dover vivere in un pianeta invivibile e dall’altro al rigetto delle grossolane prese in giro in salsa “populista” promananti dalle destre o anche dai Cinquestelle, in buona parte arrivati oramai alla frutta.

Il secondo, in particolare, costituisce un tratto originale, presente ad esempio con buona chiarezza nel manifesto delle cosiddette sardine bolognesi che hanno dato il via a una contagiosa protesta che si è rapidamente diffusa su tutto il territorio nazionale. Tale manifesto afferma tra l’altro quanto segue: “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita. Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo. Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà per rapire la nostra attenzione. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota. Di quei contenuti non è rimasto più nulla”.

In sostanza, affermano le sardine, è finita la pacchia per chi, come Salvini, Meloni e anche buona parte del gruppo dirigente pentastellato, a partire dal fallimentare Di Maio, maschera il vuoto pneumatico delle proposte e la sostanziale subalternità nei confronti dei poteri forti con la stomachevole demagogia che a volte assume apertamente le tinte del razzismo e dell’odio nei confronti dei diversi. Una risposta, questa dei “populisti”, estremamente goffa e rudimentale alla crisi della politica; che tuttavia, forse per queste sue caratteristiche primitiviste, non ha mancato di dare frutti attingendo ai settori più demuniti e sempliciotti di un’opinione pubblica sempre più disorientata, anche e soprattutto per il tradimento della sinistra storica che si è affidata a figuri come Renzi e simili.

Può farci piacere che, in tale contesto, l’Italia confermi il suo tradizionale ruolo di laboratorio ideologico. Prima del “populismo”, con la nascita dei Cinquestelle e la resistibile ascesa di Salvini e della Meloni; ora della riscossa antidemagogica con questo nuovo movimento che, per vincere, deve sapere espandersi dai settori di intellettualità giovanile militante che ha saputo coinvolgere fino ad intercettare anche i settori più statici, passivi e arretrati della popolazione italiana, oggi bersaglio flaccido e facile della propaganda delle destre.

Il malessere di queste ultime di fronte a un movimento di contestazione che potrebbe presto metterle in crisi è testimoniato dalla reazione isterica e inconsulta di chi, come Giorgia Meloni, non riuscendo a capirne nulla lo attribuisce al “gombloddo” di personaggi che davvero non c’entrano nulla, come Romano Prodi. E del resto chi, pur essendo espressione delle peggiori tradizioni risalenti della politica italiana – come lo sono queste destre -, si arroga indebitamente l’etichetta di “nuovo” per ingannare i citrulli non potrebbe non identificare il movimento, che è nuovo sul serio, con esponenti di una classe politica oramai tramontata.

Nuovo ma non vacuamente nuovista, come si evince dal riferimento contenuto nel manifesto citato, alla fiducia “nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie”. Le sardine hanno ragione, specie quando affermano che è ora di liberarsi della presenza opprimente dei populisti.

Non sappiamo se i tempi di sviluppo di questo movimento saranno sufficientemente rapidi da impedire la paventata affermazione di Salvini & C. nei prossimi appuntamenti elettorali. Sappiamo però, e ne siamo convinti, che la crescita e strutturazione di un movimento di questo tipo, specie se saprà legarsi alle istanze ambientaliste – oggi vive più che mai – di fronte ai fallimenti governativi anche su questo piano, è di vitale importanza per organizzare la necessaria dura opposizione a quello che si configura potenzialmente come un regime fra i peggiori che l’Italia abbia mai avuto.

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