È già un grande il piccolo Roman Griffin Davis, l’indomito baby protagonista di Jojo Rabbit, e il 37° Torino Film Festival l’ha istantaneamente adottato. L’attore inglese, 11 anni e sguardo fra il dolce e il rapace, è l’ospite d’onore a presenziare la prémière nazionale del film diretto dal neozelandese Taika Waititi che coincide con l’inaugurazione della cine-kermesse sotto la Mole.

Già vincitore dell’Audience Award a Toronto e applaudito al London Film Festival, Jojo Rabbit approda al festival carico di aspettative, non a caso la 20th Century Fox lo distribuirà nelle sale italiane dal 23 gennaio, in evidente atmosfera pre-Oscar. E gli ingredienti per piacere al grande pubblico ci sono tutti, trattandosi di un romanzo di formazione in salsa nazi-commedia che riesce a far “sorridere” (a tratti proprio ridere, ma con garbo e senza rischi offensivi..) di Hitler, per l’occasione interpretato dallo stesso Waititi. Se dietro c’è il bestseller di Christine Leunens, Caging Skies al suo interno c’è l’inconfondibile assorbimento di quei “grandi” – Chaplin, Mel Brooks e Tarantino – capaci di deridere del Führer lasciando indelebili tracce nella storia del cinema. È improbabile che Waititi, regista capace di spaziare dall’orrido Thor: Ragnarok al buon mockumentary horror What We Do in the Shadows, possa accostarsi ai signori qui citati, ma è possibile che l’operetta riempirà i botteghini, portandosi a casa (perfino) qualche Oscar.

Al centro del racconto è il piccolo viennese Jojo Betzler detto “Rabbit” che orfano di padre scomparso combattendo, vive con mamma Rosie (Scarlett Johansson, assai brava) e col suo amico immaginario, che ha le sembianze niente di meno che del Führer. Questi è un Hitler imbranato, codardo e non poco coglione ancorché simpatico (Waititi si è chiaramente ispirato alle caricature dei Monty Python..) che fa da controcampo all’apparentemente duro – ma in realtà teneramente gayo – capitano SS (Sam Rockwell, sempre sul pezzo) incaricato di addestrare dei baby nazi, fra i quali spicca anche Jojo.

Immaginando il film diviso in due, la prima parte potrebbe infatti titolarsi “Piccoli nazi crescono” che per stile, centralità d’inquadrature e ritmo sostenuto s’ispira al cinema di Wes Anderson, soprattutto laddove si anima di giovanissimi protagonisti. Nella seconda parte, invece, con l’ingresso sulla scena di Rosie, segretamente avversa al Terzo Reich, e soprattutto della misteriosa adolescente ebrea Elsa (Thomasin McKenzie, già apprezzata in Senza lasciare tracciadi Debra Granik) Jojo Rabbit si tinge di sentimentale con elementi sul finale che possono anche spiazzare.

È ovvio che un film siffatto preveda non poca astuzia, ammiccando alle emozioni di massa (risate e lacrime in libera alternanza) e la sua costruzione “a tavolino” lascia pertanto a desiderare, aprendo riflessioni sulla reale validità di queste operazioni quando non appartengono al cinema alto, quello che resta. Ma, come si diceva, questo teen-family dramedy che mescola il Bildungsromananche al war e ghost movie, farà impazzire le famiglie, perché riuscirà a delegare (o introdurre) lo “spiegone” delle derive più violente della Storia ai più piccoli, mettendo in campo un lato oscuro formato junior che normalmente si fatica a mostrare. D’altra parte il linguaggio e i toni adottati sono quelli giusti, con tanto di look hipster che già da solo supera barriere culturali, sociali e persino politiche: uno humor nero, seppur appena sfumato, che s’obbliga di politicamente corretto, ovvero a prova di bambino.

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