C’è una novità a teatro, una prima assoluta: un’opera composta da Vittorio Montalti, 35 anni, vincitore del premio di composizione del Teatro dell’Opera di Roma. Alla faccia di chi dice che è un genere morto. Un Romano A Marte, opera ispirata alla commedia di Ennio Flaiano con libretto di Giuliano Compagno, è in cartellone al Teatro Nazionale il 22, 23 e 24 novembre. Un omaggio alla città di Roma “bizzarro e onirico” che si muove per quadri, intrecciando orchestra e musica elettronica. I primi a vederla saranno i ragazzi, all’anteprima giovani del 21 novembre: “A loro voglio dire che l’opera non è una cosa che è morta con Verdi – dice Montalti – Esiste ancora, e chi la scrive è qualcuno che ha pochi anni più di loro e ascolta la stessa musica su Spotify“.

Vittorio Montalti è alla sua quarta opera: ha lavorato con la Biennale di Venezia, con il Teatro La Fenice, con il Maggio Fiorentino e ora ha vinto un concorso dell’Opera di Roma: “L’idea è stata di Giuliano Compagno per fare un omaggio alla città attraverso questo testo di Flaiano che dipinge dei vizi e delle virtù dei romani”. La commedia, scritta nel 1960 dal giornalista vincitore del premio Strega, raccontava la Capitale attraverso gli occhi dell’alieno Kunt. Ma Un Marziano a Roma, serve solo da spunto: lo spettacolo dell’Opera di Roma inizia con il flop della commedia di Flaiano messa in scena da Vittorio Gassman. A sipario abbassato, appare il marziano Kunt, e inizia un viaggio verso una Roma in trasformazione, così come l’ha raccontata la sapiente penna di Flaiano. La regia è di Fabio Cherstich, dirige l’orchestra John Axelrod. Sul palco Rafaela Albuquerque, Domingo Pellicola, Timofei Baranov, Gabriele Portoghese e Valeria Almerighi.

Ma scordatevi duetti, gonnoni, parrucche e finali tragici: “Se dici opera ti viene in mente qualcosa cui parlano cantando: ma questo appartiene al repertorio, ma non lo trovo attuale” commenta Montalti. “Questo lavoro segue una narrazione astratta, che parte dalla serata dello spettacolo di Gassman e poi procede per quadri”. Come un dipinto di Rauschenberg: tante cose diverse che poi, guardate insieme, trovano un ordine. “Una specie di zapping: omaggi a figure femminili come la Cardinale, il funerale di Flaiano, un intervento di Tonino Guerra che si susseguono in modo bizzarro e un po’ onirico”.

La partitura è per un’orchestra di 40 elementi, che include una tastiera con dei suoni elettronici e un’arpa. “Più l’elettronica, che faccio io dalla regia, e si intreccia con il tessuto orchestrale. Ho una formazione classica al Conservatorio – aggiunge il compositore – ma nei miei lavori filtro diverse influenze musicali”.

La folgorazione con il mondo della lirica arrivò proprio all’Opera di Roma, dove la madre lo portò a vedere il Barbiere di Gioachino Rossini: “Uscii entusiasta e dissi che volevo fare il cantante”. Invece la musica ha cominciato a scriverla: una delle sue opere è proprio basata sulla vita di Rossini, Ehi Gio’. “Il mio è teatro musicale, astratto. Il pubblico c’è, ma non è il pubblico dell’opera tradizionale che vuol vedere solo Verdi e Mozart: viene chi cerca qualcosa di nuovo”. E a proposito di novità, sulla crisi delle fondazioni liriche dice: “Il teatro funziona se ha una programmazione che non si chiude nel repertorio, ma guarda anche a ciò che si produce oggi. Altrimenti diventa un museo delle cere, una cosa ormai finita. Forse è ingenuo da parte mia, ma mi chiedo perché l’Italia, che è la patria dell’opera ed è piena di turisti, non abbia i teatri sempre pieni“.

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